di Biagio Marzo
Il Riformista, 15 maggio 2026
Il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Giovanni Melillo, da quando guida la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, si è distinto per serietà istituzionale e rigore professionale, soprattutto dopo aver scoperchiato il vaso di Pandora del presunto dossieraggio illegale all’interno della Dna: oltre 10mila accessi abusivi alle banche dati investigative. Una vicenda esplosa dopo la pubblicazione, sul quotidiano Domani, di articoli riguardanti Guido Crosetto, allora in procinto di diventare ministro della Difesa. Al centro dell’inchiesta il finanziere Pasquale Striano, in servizio presso la Dna.
Il caso fu definito “verminaio” per la quantità di accessi e informazioni riservate riguardanti politici, imprenditori, vip e personaggi pubblici. Proprio per questo ha sorpreso l’intervista rilasciata al Corriere della Sera, nella quale Melillo ha sollevato il problema dell’articolo 270 del Codice di procedura penale, inviando una lettera ai ministri della Giustizia e dell’Interno e alla Commissione Antimafia. Secondo il procuratore nazionale, la norma starebbe creando difficoltà investigative nell’utilizzo delle intercettazioni in procedimenti diversi da quelli per cui erano state autorizzate.
Il punto politico e giuridico - Il punto, però, è politico e giuridico insieme. L’articolo 270 non nasce ieri da una improvvisa “farneticazione garantista”. Fu introdotto nel 1989 con il Codice Vassalli, nel passaggio storico dal sistema inquisitorio del Codice Rocco a quello accusatorio ancora in alto mare dopo la sconfitta referendaria sulla riforma della magistratura. Per oltre trent’anni ha rappresentato una garanzia fondamentale contro l’uso indiscriminato delle intercettazioni, stabilendo che esse non possano essere utilizzate liberamente in procedimenti diversi, salvo casi particolarmente gravi. Quell’equilibrio venne alterato nel 2020, durante il governo Conte 2 di stigma populista giustizialista, con il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. In Parlamento votarono a favore i gruppi della maggioranza (M5S, Pd, Italia Viva e Liberi e Uguali) e contro FdI, Lega e gran parte di FI. L’allargamento dell’utilizzabilità delle intercettazioni passò con 249 voti a favore e 169 contrari. In nome dell’emergenza investigativa si allargò enormemente l’utilizzo delle intercettazioni, fino a trasformarle, secondo molti penalisti, in una vera e propria “pesca a strascico”. Un’espressione efficace, perché rende l’idea di uno strumento capace di catturare tutto: fatti rilevanti, vicende marginali, conversazioni private, relazioni personali. Il risultato fu l’espansione smisurata del potere investigativo e mediatico delle procure. In alcuni territori, soprattutto nel Mezzogiorno, si assistette a grandi operazioni di polizia con centinaia di arresti, salvo poi vedere numerosi imputati tornare liberi o risultare innocenti. Da qui la scelta del Parlamento, nel 2023, di riportare il sistema entro i confini originari del Codice Vassalli, ripristinando limiti e garanzie.
Un allargamento dell’articolo 270 - Per questo sorprende che oggi si invochi nuovamente un allargamento dell’articolo 270. Anche perché, sul piano tecnico, l’allarme appare eccessivo. “La giurisprudenza della Corte di cassazione esclude infatti che vi siano procedimenti diversi nei casi di connessione tra reati, consentendo già l’utilizzo delle intercettazioni quando esiste un medesimo disegno criminoso o un rapporto di strumentalità”. Le restrizioni operano soltanto per fatti del tutto estranei all’indagine originaria. Il nodo vero, allora, è un altro: stabilire fino a che punto le esigenze investigative possano comprimere le libertà individuali. Le intercettazioni sono uno strumento indispensabile contro mafia e terrorismo, ma restano anche uno dei mezzi più invasivi nella vita dei cittadini. Per questo, le garanzie non sono un ostacolo burocratico né un favore ai delinquenti: sono il cuore dello Stato di diritto.
Il punto di equilibrio tra sicurezza e libertà - Il rischio che si corre è che una parte della magistratura inquirente intervenga, in modo scadenzato, nel dibattito politico-legislativo per orientarne le scelte non solamente legate alla giustizia. In una democrazia rappresentativa spetta al Parlamento trovare il punto di equilibrio tra sicurezza e libertà, non alle procure. Altrimenti il rischio è che, passo dopo passo, l’eccezione investigativa finisca per diventare la regola. La sicurezza senza garanzie produce paura. Le garanzie senza sicurezza producono impotenza. Ma uno Stato libero si misura proprio dalla capacità di tenere insieme entrambe, senza sacrificare la libertà sull’altare dell’emergenza permanente.











