di Errico Novi
Il Dubbio, 18 febbraio 2020
Oggi il testo in aula, riecco l'emendamento anti-Bonafede. Sulla modifica che sopprimerebbe la norma cara ai Cinque Stelle Renzi e i suoi pronti al sì, salvo votare l'inevitabile fiducia e il maxiemendamento. C'era un vascello concepito per navigare in acque tranquille, nel mare delle riforme sulla giustizia: era il decreto intercettazioni. Che pare però destinato a ben altro destino. Lo si scoprirà a partire dalle 16 di oggi, quando il provvedimento che vanta il record di rinvii (della sua entrata in vigore) approderà nell'aula del Senato.
Il testo sarebbe persino (e inopinatamente, viste le botte su trojan e avvocati spiati) immune da contestazioni all'interno della maggioranza. Se non fosse che Forza Italia, sempre in agguato, ripropone tutti gli emendamenti presentati già in commissione Giustizia. Compresa la madre di tutte le mine anti- governo: la modifica che sopprimerebbe la prescrizione di Bonafede, non passata al primo round solo per il rotto della cuffia.
Il copione sembra scritto: ieri nella sua "Enews" Matteo Renzi ha detto che la riforma della giustizia "si deve cambiare in Parlamento", ma anche che "nessuno di noi ha detto che vogliamo sfiduciare Conte". Tradotto: i senatori di Italia Viva, lui compreso, voterebbero sì all'emendamento- trappola dei berlusconiani. Salvo votare sì anche sulla fiducia con cui il governo al 99 per cento blinderà l'intero testo sotto forma di maxiemendamento. La fucilata renziana insomma non abbatterà il quadro politico. Ma dire solo per questo che l'alleanza giallorossa vivrà ore placide, sarebbe ipocrita.
In ogni caso il passaggio a Palazzo Madama non dovrebbe alterare il quadro delle nuove intercettazioni, destinate a entrare in vigore dal 1° marzo. La Camera dovrà fare una corsa sfrenata per convertire il provvedimento entro la settimana prossima. Negli stessi giorni in cui, oltretutto, precipiterà di nuovo in Aula il meteorite chiamato legge Costa, ossia il provvedimento che ha invece la soppressione della norma Bonafede quale propria unica ragione (e contenuto).
Il punto è che il decreto intercettazioni non è una carezza, per il sistema delle garanzie. In particolare perché estende ancora l'utilizzabilità dei trojan, già sdoganata, dalla legge " spazza corrotti", in materia di reati contro la pubblica amministrazione.
L'ulteriore passo avanti (verso la pervasività) riguarda l'uso del virus spia anche quando l'indagato è un "incaricato di pubblico servizio", mentre finora lo si poteva installare solo sul telefonino del "pubblico ufficiale". Un colpo non da poco, considerato che inoltre, per tutte le categorie- bersaglio del terribile trojan, non sarà necessario indicare "il luogo e il tempo in relazione ai quali è consentita l'attivazione del microfono".
Una modifica che, durante le audizioni in commissione Giustizia, l'avvocatura ha indicato come pericolosa e, in particolare attraverso la consigliera Cnf Giovanna Ollà, ha chiesto di vincolare tassativamente alla "presenza di un consistente numero di gravi indizi", oltre che a un divieto, in radice, di approfittarne "per la ricerca a strascico di reati diversi rispetto a quelli per cui si procede". Niente da fare, almeno per ora. Sorprende dunque che su un simile aspetto neppure Italia Viva abbia assunto una posizione netta.
Anche se va riconosciuto che è proprio grazie a un senatore renziano, Giuseppe Cucca, se nel vertice sulle intercettazioni di fine dicembre sono state scongiurate, in materia, previsioni ancora più sbarazzine. Resta invece del tutto fuori dal contenzioso politico il dilemna che riguarda le intercettazioni del difensore: il divieto di trascrizione introdotto dal decreto Orlando non è stato integrato, dal nuovo provvedimento, con un vero e proprio divieto di intercettazione.
Cosicché, come ha fatto notare il Cnf ai senatori, persisterà il rischio che qualche pm non proprio correttissimo approfitti della pur casuale captazione di comunicazioni fra avvocato e assistito per scoprire indebitamente la strategia difensiva. "Andrebbe previsto anche un immediato obbligo di distruzione di tali conversazioni, quando fossero comunque acquisite", ha ricordato la consigliera Ollà alla commissione Giustizia.
Rispetto ai contenuti del decreto, la parte più delicata - e ridefinita dal decreto di fine dicembre - è inevitabilmente quella sulle misure introdotte a tutela della privacy. Il decreto Orlando era stato concepito proprio per innalzare un argine alla "sputtanopoli" delle intercettazioni irrilevanti finite chissà come ai giornali. Il controllo su tale incivile abuso torna nelle mani del pm, mentre il testo di fine 2017 lo aveva consegnato in gran parte alla polizia giudiziaria. "Il pm dà indicazioni e vigila", si legge, all'articolo 268 del codice di rito, nel nuovo comma 2- bis, "affinché nei verbali non siano riportate espressioni lesive della reputazione delle persone". Di tutte le persone, dunque, indagate o meno che siano. I verbali potranno però contenere elementi che compromettono l'immagine degli intercettati qualora le captazioni siano "rilevanti ai fini delle indagini".
La previsione si accompagna al reintegro delle procedure, modificate dal decreto Orlando, che consentono al difensore di acquisire i verbali e i file, ora accessibili anche per via telematica o quanto meno con un ascolto diretto dall'archivio riservato della Procura.
In ogni caso il filtro rispetto a "sputtanopoli" dovrebbe essere salvaguardato dalla norma che impone a pm e gip di citare nei loro atti solo i "brani essenziali" delle intercettazioni (è il comma 1ter, introdotto dal decreto del 2017, dell'articolo 291 del codice di rito). Una sobrietà rafforzata dalla norma, ora inserita, che cancella la previsione di allegare agli atti i verbali delle captazioni. Far arrivare le "bobine" ai giornali sarà un po' meno facile e, grazie alla tracciabilità degli accessi all'archivio, dovrebbe anche esporre al rischio, per la talpa, di essere scoperti.










