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di Liana Milella

 

La Repubblica, 16 giugno 2019

 

Si chiamano Bonafede e Bongiorno. Nomi che potrebbero evocare serena collaborazione. Ma uno, il Guardasigilli Alfonso Bonafede, è di fede grillina. La seconda, Giulia Bongiorno, è ormai una sfrenata salviniana. Sono avvocati tutti e due.

Adesso litigano sulla riforma della giustizia e mercoledì tenteranno un accordo con il premier Giuseppe Conte come mediatore. Lei considera Bonafede un "manettaro". Lui vede nelle sue uscite una linea che difende gli imputati. L'ultimo scontro c'è stato ieri. Bonafede, da mesi, lavora alla riforma, ma senza indiscrezioni. Bongiorno invece anticipa le sue idee sulle intercettazioni e sulla strategia per accorciare i processi. Bonafede perde la pazienza. Il malumore trapela da via Arenula: "Le proposte della lega? Sono già nella riforma tenuta fuori dal tritacarne della campagna elettorale".

Le novità? È presto detto. Riforma delle intercettazioni e stretta sui tempi delle indagini preliminari. Partiamo dalla prima. Bongiorno propone lo stop al gossip e pensa addirittura a un reato per chi pubblica; stop anche alle cosiddette intercettazioni "a strascico", intercetti uno indagato, e poi a catena ascolti anche altri.

Bonafede invece ha bloccato, e la Lega l'ha dovuto subire, la riforma Orlando fino a dicembre 2019. Testo contestatissimo che prevedeva un armadio blindato in cui nascondere gli ascolti, l'obbligo per il pm di decidere subito quali conversazioni fossero "rilevanti" per le indagini.

Le altre non andavano neppure trascritte. L'idea di Bonafede è differente: "Non c'interessa sapere delle faccende private delle persone, perché quello è un ambito che non c'entra col pubblico. Non ci interessa il taglia e cuci di frasi sparse per dimostrare le tesi di chi scrive.

Non c'interessa sapere della singola frase estrapolata da un brogliaccio, senza che sia perfettamente contestualizzata. C'interessa sapere ciò che ha rilevanza pubblica, ciò che è di interesse pubblico". Il Guardasigilli non vuole bavagli per la stampa. Ritiene che possa e debba essere pubblicato tutto ciò che è di interesse pubblico; è contrario al gossip, ma di certo non pensa a un reato contro i giornalisti. Scontro tra i due anche sui tempi delle indagini.

Su cui già aveva messo mano l'ex ministro Andrea Orlando, modificando l'articolo 407 del codice di procedura penale che disciplina appunto la durata massima delle indagini preliminari. Bonafede cambia la regola. Ci saranno tre "scaglioni" basati sulla gravità dei reati.

Ma v'è di più: la proroga dei termini interviene una sola volta e solo per ulteriori sei mesi. Poi, se il pm non ha ancora notificato né l'avviso della conclusione delle indagini, né ha richiesto l'archiviazione, verrà depositata la documentazione sulle indagini e sarà messa a disposizione dell'indagato e della persona offesa. Solo in caso di specifiche esigenze, su indagini per reati gravi, l'avviso potrebbe essere ritardato per un periodo limitato di tempo.

La stretta è evidente. Ma Bongiorno la vorrebbe ancora più drastica. E siamo al Csm. Forse unico argomento su cui le posizioni di Bonafede e Bongiorno sono più conciliabili. Entrambi sono per il sorteggio. Una prima selezione casuale tra le 9mila toghe, poi comunque un voto su quelle estratte, perché se si saltasse l'elezione la norma sarebbe incostituzionale.

Bonafede non mancherà di sottoporre a Mattarella la sua proposta. Soprattutto adesso, con il Quirinale sotto attacco per la vicenda delle nomine che sta travolgendo il Csm. A negare ogni ingerenza ieri è stato l'ex vice presidente Giovanni Legnini, che dall'inizio dello scandalo sulle toghe sporche era rimasto in silenzio. Allibito dalle progressive rivelazioni, ieri non ce l'ha fatta più.

Eccolo dichiarare che "Mattarella non è mai intervenuto sulle nomine dei capi negli uffici e ha sempre garantito l'autonomia del Csm e dei suoi organi, limitandosi a fornire indirizzi generali sull'attività consiliare e sul rispetto delle procedure".

Con Mattarella, come con Orlando prima e Bonafede poi, i rapporti "sono sempre stati improntati al rigoroso esercizio delle rispettive prerogative costituzionali, senza alcuna ingerenza né sulle nomine né su altre decisioni". Ma l'inchiesta di Perugia porterà con sé anche la drastica riforma di Bonafede sulle regole per promuovere le toghe, basata su punteggi e rigidi criteri meritocratici per bloccare camarille e intese sottobanco.