di Errico Novi
Il Dubbio, 29 luglio 2026
I meloniani ripropongono in Aula le norme che consentirebbero di nuovo gli “ascolti a strascico”. Il presidente del Senato dovrebbe dichiararli inammissibili, ma resta il grande freddo con gli azzurri. Riecco gli emendamenti sulle intercettazioni a strascico. Fratelli d’Italia li ripresenta in Aula, all’inizio dell’esame conclusivo sulla conversione del decreto giustizia-migranti. Una mossa scontata quanto, probabilmente, fine a se stessa. I senatori meloniani sanno che domani mattina, mercoledì, la Presidenza di Palazzo Madama, cioè Ignazio La Russa, li dichiarerà inammissibili, al pari delle proposte avanzate, sempre sugli “ascolti”, da Pd e 5 Stelle. Salvo clamorosi colpi di scena, non si andrà dunque al voto sulle norme che renderebbero di nuovo possibile utilizzare una conversazione “captata per caso” in un procedimento diverso da quello per il quale l’attività di intercettazione era stata autorizzata dal gip.
Quindi nulla di fatto. La partita nel centrodestra resterà sullo zero a zero. FdI non incassa il sì alle nuove-vecchie regole reclamato dal capo della Dna Gianni Melillo. Gli azzurri guidati al Senato da Stefania Craxi non si vedranno costretti a un clamoroso showdown, a un “no” che, in astratto, potrebbe valere la crisi di governo. La Lega si risparmia a sua volta i danni collaterali di una lite che, parole del sottosegretario Andrea Ostellari, “andrebbe evitata”, e sulla quale la presidente salviniana della commissione Giustizia Giulia Bongiorno, questa mattina, dava per “molto vicina” una “sintesi”. Una valutazione forse troppo ottimistica. In ogni caso, nessuno dovrebbe uscirne sconfitto, almeno per ora.
Poi, certo, FI ottiene una parziale seppur temporanea soddisfazione. Un sollievo. Sono le 16 quando Fratelli d’Italia ripropone le “norme-Melillo” (semplificazione un po’ forzata ma almeno utile ad asciugare l’estenuante definizione tecnica). Sono passate già diverse ore dal nuovo “messaggio ai naviganti” con cui, in tarda mattinata, il numero uno azzurro Antonio Tajani ha ribadito che “noi le intercettazioni a strascico non le votiamo”, che Forza Italia non può tradire il proprio Dna. Ma anche che su un nodo del genere non può saltare una maggioranza. Eppure è proprio questa l’unico vera ombra che il parziale armistizio di ieri non allontana. Secondo il vicepremier e segretario di FI, “il centrodestra non si basa su due emendamenti: siamo partiti diversi, quindi abbiamo idee diverse su alcune questioni”, dice, ma poi “troviamo sempre la soluzione per dare un messaggio ai nostri elettori e assicurare loro che il centrodestra è unito”. Una rappresentazione che scricchiola.
Tajani tiene il punto e ne minimizza le conseguenze. Eppure ormai fra il suo partito e quello della premier c’è un grande freddo. Un clima di rancore, distanza, ostilità strisciante, che va ben oltre la frattura sulla giustizia. E che rischia, nella migliore delle ipotesi, di inquinare i rapporti di qui alla campagna elettorale. Nella peggiore, l’atmosfera da separati in casa potrebbe tradursi in un incidente clamoroso, nella crisi e nel voto anticipato. Prospettiva che almeno per ora nessuno considera seriamente. Intanto bisognerà attendere domani mattina.
Oggi la presidenza di Palazzo Madama ha lasciato trascorrere la deadline delle 16.15 prima di catalogare i non pochi emendamenti, in gran parte dell’opposizione. La Russa darà un verdetto, ma è improbabile che, sulle intercettazioni, sia di ammissibilità. E forse le opposizioni gli hanno dato una mano. Anche Pd e M5S infatti hanno depositato proposte di modifica al decreto giustizia-migranti sulla stessa materia che divide FdI e Forza Italia, le intercettazioni a strascico. Francesco Boccia, capogruppo dem, è andato dritto al punto: “La nostra unica proposta di modifica sugli ascolti rende utilizzabili in un altro procedimento le conversazioni riferibili a un’associazione a delinquere non mafiosa ma dedita alla corruzione”. Sembra la premessa per mettere il centrodestra spalle al muro su una presunta indulgenza nei confronti dei colletti bianchi.
Il Movimento 5 Stelle propone tre ipotesi, ma tutte convergenti verso un solo obiettivo: annientare la norma con cui, nel 2023, il centrodestra aveva vietato le intercettazioni a strascico per tutti i reati che non ricadano nell’associazione mafiosa o sovversiva. “Vogliamo tornare alla situazione del 2019, definita dalla legge di Bonafede”, cioè la spazzacorrotti, dicono i pentastellati. Ottima strategia per scatenare il putiferio nell’emiciclo del Senato, in teoria. In pratica, potrebbe servire a nulla, se non a interventi che finirebbero per bersagliare più La Russa che la coalizione di maggioranza in quanto tale. Soprattutto, l’affollarsi di proposte sugli “ascolti” rende ancora più plateale il rischio di snaturare un decreto sul Patto Ue per l’asilo in una microriforma del codice di procedura penale.
Gli emendamenti di FdI, firmati da Sandro Sisler e Gianni Berrino, sono quelli già depositati nelle commissioni riunite Affari costituzionali e Giustizia: diventerebbero utilizzabili in provvedimenti diversi tutte le intercettazioni relative a reati che, pur commessi al di fuori di un’associazione mafiosa, sembrano aggravati dalla finalità di voler avvantaggiare una cosca o una cellula terroristica. “Come possiamo entrare in contraddizione?”, si chiede Tajani. Come può il centrodestra ripensarci su una norma che aveva approvato meno di tre anni fa? E infatti neppure stamattina lo strappo dovrebbe verificarsi. Il che non basterà ad allontanare quel clima da grande freddo.










