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di Francesco Bei

La Repubblica, 21 gennaio 2023

Il governo ha un problema con il ministro della Giustizia. Oggi si parla di regole per la stampa per sviare l’attenzione. C’è un sentore di impostura nell’ultimo bengala sparato in aria dal governo, ovvero la minaccia di una nuova legge bavaglio per impedire la pubblicazione delle intercettazioni. La tentazione sarebbe quella di non parlarne proprio, visto il carattere palesemente strumentale della provocazione lanciata dal sottosegretario di FdI Andrea Delmastro. Partiamo dunque da qui, per poi entrare nel merito. È ormai chiaro a tutti, a cento giorni dal giuramento, che la maggioranza e il governo hanno un problema che si chiama Carlo Nordio. Ex pubblico ministero e brillante editorialista, abituato a scorticare con la penna i suoi vecchi colleghi magistrati, dimostra però ogni giorno di più di non essere adatto, per mancanza di equilibrio istituzionale, al ruolo delicatissimo di Guardasigilli. Unfit, come si diceva una volta. Lo sanno nel governo e lo dicono pure, a patto di restare anonimi. Il ministro delle retromarce, lo chiamano, perché costretto a smentirsi ogni giorno, che si parli dei mafiosi che non usano il telefono, o delle intercettazioni da vietare tranne che per mafia e terrorismo, o degli attacchi ai pm anti-mafia a 24 ore dall’arresto del boss latitante numero uno. Un chiaro disastro politico e comunicativo, per coprire il quale il solerte Delmastro, appartenente al partito che ha eletto Nordio, è intervenuto con un’operazione nemmeno troppo sofisticata: lanciare una bomba - la nuova censura ai giornali - per sviare l’attenzione dalle ultime esternazioni del ministro gaffeur e fornirgli una copertura politica.

Per questo si fa fatica a prendere sul serio un progetto che, palesemente, non ha gambe nemmeno per iniziare il suo cammino parlamentare. Eppure occorre piantare subito dei paletti, ricordare anche agli smemorati del governo, agli improvvisati Ciano del Minculpop, che non è il 1994, non siamo all’anno zero dello scontro fra politica e magistratura. E le intercettazioni sporche, come quella pubblicata illegalmente dal Giornale nel 2005 per sputtanare Piero Fassino, allora segretario dei Ds (“abbiamo una banca”), da tempo sui quotidiani non finiscono più. È un film del passato. È trascorso un lustro dal decreto legislativo che, durante il governo Gentiloni, fissò i termini della nuova normativa sulla pubblicazione delle intercettazioni: dopo anni di risse il legislatore trovò un faticoso bilanciamento tra due diritti costituzionali meritevoli entrambi di tutela, il diritto alla privacy e il diritto di cronaca. Senza dimenticare naturalmente il fondamentale diritto alla legalità. Perché, come ci ricorda Raffaele Cantone, “senza intercettazioni sarebbe praticamente impossibile fare indagini sui fatti di corruzione”.

Il decreto legislativo firmato nel 2017 da Orlando e Gentiloni è molto chiaro e bisogna ammettere che ha funzionato. Le maglie per la pubblicazione sono diventate strettissime. Intanto, a monte, le procure sono obbligate a fare una rigorosa selezione, escludendo tutte le intercettazioni non rilevanti per l’inchiesta che vengono messe sotto chiave in un archivio segreto. Nelle ordinanze di custodia cautelare e, successivamente negli atti del processo, possono essere infilate solo le intercettazioni necessarie a dimostrare le tesi della pubblica accusa e a sostenere il processo. A valle intervengono il garante della privacy e la deontologia dei giornalisti. Quindi il ministro e il sottosegretario dovrebbero aggiornare il loro repertorio: il film del giornalista e del pm che combuttano di notte per infangare la reputazione dell’avversario politico non viene più proiettato nelle sale da tempo. Le intercettazioni, come quelle dei costruttori che ridevano dopo il terremoto dell’Aquila pensando ai soldi che avrebbero fatto sulla ricostruzione, oppure come quelle dei manager che cercavano di nascondere le prove del crollo del ponte Morandi, finiscono sui giornali perché contenute in atti pubblici. E sarebbe grave, gravissimo se, per garantirsi l’impunità, la classe politica tornasse alla censura rompendo quel delicato equilibrio costituzionale.

Siamo sicuri che non lo faranno, ma meglio metterlo subito in chiaro. La risposta in quel caso sarebbe all’altezza della sfida. Nel 2010, quando l’allora governo Berlusconi provò a varare una legge-bavaglio, che prevedeva una censura indiscriminata con multe milionarie agli editori, si mobilitò la società civile e la proposta finì su un binario morto. Repubblica fu protagonista di una imponente campagna che culminò con una manifestazione e uno sciopero nazionale della categoria. Persino Wikipedia si fermò per due giorni, chiarendo che avrebbe sospeso le pubblicazioni nel nostro Paese. La prima pagina di questo giornale uscì bianca in segno di protesta e tutto il mondo occidentale fu costretto a guardare a cosa accadeva in Italia, dove la libertà di stampa era messa a rischio. Davvero il ministro e i suoi amici hanno nostalgia di quei tempi?

Sarebbe interessante sapere cosa ne pensa la presidente Meloni di questo revanscismo fuori tempo massimo contro i magistrati e la stampa. Quella stessa Meloni che, apprezzata su queste colonne dal procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, è andata a Palermo a rendere omaggio ai pm per la cattura di Messina Denaro. Intende raccogliere il ramoscello d’ulivo o trasformarlo in un randello da rompere sulla testa di magistrati e giornalisti?