sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Ezio Mauro

La Repubblica, 23 gennaio 2023

Come in una maledizione ideologica a cui non può sfuggire, la destra riapre l’armadio dei suoi fantasmi rilanciando la campagna contro le intercettazioni e contro l’informazione, che in realtà è una battaglia di retroguardia a tutela della classe dirigente: e come tale non è certo nelle priorità della popolazione, ma al contrario può risvegliare un movimento spontaneo a difesa della legalità, degli strumenti necessari a garantirla, e del diritto dei cittadini a conoscere e sapere.

Il fronte della giustizia, scelto come simbolico da tutte le destre che si sono avvicendate al governo, moderate o radicali, rischia così di diventare la prima vera pietra d’inciampo di Giorgia Meloni. Che quand’era all’opposizione ha coltivato e corteggiato come tutti i populismi il giustizialismo allo stato brado, e oggi dal governo deve riconvertire questo sentimento popolare nel suo contrario, con misure di protezione di quella che un tempo avrebbe battezzato con il concetto-padre di tutti i qualunquismi, la “casta”.

Sono quasi trent’anni che questa operazione politica si ripropone, a ondate, come se la distorsione attraverso la legge del meccanismo naturale delle inchieste giudiziarie, imposta da Silvio Berlusconi per la sua personale salvaguardia, avesse seminato nella società politica una vera e propria controcultura, che continua a produrre i suoi effetti anche oggi che l’avventura berlusconiana è devitalizzata e il peso politico del Cavaliere è diventato residuale.

Dopo aver tentato di trasfigurare le intercettazioni da strumento tecnico di indagine in attentato costante alla privacy degli italiani, oggi la destra si trova di fronte quel deposito ideologico sproporzionato che ha accumulato per tre decenni, e chiede alla premier di gestirlo, perché fa parte della sua cultura identitaria, come un comandamento inciso sul marmo berlusconiano nel decalogo fondativo: fino al punto di vedere - com’è accaduto - il potere esecutivo che usa il legislativo per ostacolare il giudiziario, con buona pace di Montesquieu.

La naïveté manifesta di Carlo Nordio, elevato al rango di Guardasigilli per la sua voglia di regolare i conti con la magistratura di cui ha fatto parte, ma totalmente sprovveduto nel calcolo della logica politica, dei suoi modi e dei suoi tempi, lo ha portato a dichiarare guerra alle intercettazioni proprio nel momento in cui andava finalmente in porto l’eterno lavoro di indagine per catturare Matteo Messina Denaro, un’operazione che è stata possibile grazie all’uso faticoso e sofisticato degli ascolti di polizia, guidati dalla magistratura.

Anzi, gli uomini che hanno guidato l’azione risolutiva con l’arresto del latitante numero 1 hanno spiegato con chiarezza che l’individuazione del capomafia, la scoperta dei suoi programmi e la mappatura dei suoi movimenti sono state possibili soltanto grazie a quel meccanismo investigativo complesso e delicato che si basa sulla cosiddetta “captazione”, cioè sulle “cimici” dislocate in siti cruciali, sulle intercettazioni e quindi sulla possibilità tecnica di ascoltare la rete di supporto mafioso che parla con se stessa, e decifrarla. L’ossessione del ministro è stata così svuotata dall’irruzione della realtà, e Nordio si è mostrato al Paese con l’ideologia che gli si è afflosciata in mano, come un palloncino sgonfio. La politica non perdona le scelte controtempo, smentite dai fatti nel momento stesso in cui si annunciano.

Il Guardasigilli continua a perdere autorità e rilevanza giorno dopo giorno, errore dopo errore, fino all’ultimo: sembra che non se ne renda conto, come se la spinta privata a insegnare il mestiere di magistrato alla magistratura prevalesse sulla funzione pubblica cui è chiamato, e soprattutto tenuto.

Ma chi paga il prezzo politico di questa deriva è naturalmente Meloni. Probabilmente la presidente del Consiglio mettendo le intercettazioni nel mirino consegnava un primo tagliando dei suoi debiti politici dovuti a Forza Italia, alleato obbligato ma innervosito dal ruolo gregario, addirittura da junior partner, cui viene ormai relegato: il prossimo con ogni probabilità sarà l’autonomia rivendicata dalla Lega.

Ma Meloni sa che il suo elettorato a differenza di quello berlusconiano reclama coerenza nella lotta all’illegalità, e l’immagine di Fratelli d’Italia come partito d’ordine rischia di venire compromessa dalla guerra di Nordio alle intercettazioni. Aggiungiamo poi la quota di cittadini che resta sensibile alla libertà di stampa, riconosce il dovere di informare, cui corrisponde il diritto ad essere informati, senza che siano il governo e il Parlamento a decidere cosa comprendere e cosa escludere dal flusso quotidiano delle notizie. Anche perché il rispetto della privacy che viene invocato è già garantito dalle misure del Guardasigilli Orlando nel 2017, che obbligano le procure ad escludere tutte le intercettazioni che non sono rilevanti per l’inchiesta, confinandole in un archivio segreto senza che possano essere utilizzate e divulgate.

Questi maldestri tentativi di controllo sul mondo delle procure e sui giornalisti, per condizionare il loro lavoro limitandone gli ambiti, in un controsenso logico vengono annunciati in nome della libertà. Arriva in questo modo al pettine il nodo della concezione della libertà da parte della destra: non la possibilità di esercitare senza alcun condizionamento la propria funzione nel rispetto di un codice riconosciuto e accettato da tutti all’insegna del bene comune, ma la subordinazione politica ad uno spirito del tempo che non riconosce l’autorità della regola e il valore della norma, e dunque “libera” il cittadino da ogni vincolo e da qualsiasi controllo, soprattutto se fa parte della società politica che si autogarantisce. Fuori dalla regola, l’individuo così liberato conta solo di per sé, estraneo ad ogni legame sociale e all’intero sistema di relazione. È la vera solitudine dei numeri primi, nella nuova stagione che ci viene confusamente proposta: quella dell’egolibertà.