di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 19 settembre 2019
Il no della Camera si può trasformare in un precedente. Si scrive Sozzani (e vale ieri per l'indagine milanese su illeciti finanziamenti), ma si legge Csm-Palamara-Lotti, nel senso che potrà pesare sull'inchiesta perugina sulla spartizione di nomine Csm. Perché il no della Camera all'uso di 4 intercettazioni contro il deputato di Fi Diego Sozzani tratta l'analogo futuro tema dell'utilizzabilità a carico di parlamentari (come i pd Ferri e Lotti) delle conversazioni in albergo con l'indagato pm Palamara, intercettate dal captatore informatico (trojan) inoculato dalla GdF sul cellulare del pm. Per garanzie e giurisprudenza costituzionali, gli onorevoli non possono essere direttamente intercettati senza preventivo via libera del Parlamento, ma verso loro è utilizzabile l'intercettazione indiretta (cioè sull'utenza dell'interlocutore) a condizione che essa sia occasionale: "accidentale ingresso del parlamentare nell'area di ascolto" (Consulta 2007), e non trucco di gip e pm per aggirare la legge intercettando un interlocutore che già si sappia destinato a parlare con il parlamentare.
Il gip milanese aveva smesso di intercettare i telefoni di Sozzani una volta divenuto deputato (salvo un caso su cui il gip aveva fatto ammenda). Ma voleva 5 sue conversazioni ambientali successive all'elezione e occasionalmente captate dal trojan installato sul telefonino di Caianiello (il ras varesino di Forza Italia che parlava con mezzo mondo) al bar, in un ristorante, o in auto: come il giorno in cui Sozzani va dal gommista, resta a piedi e si fa dare da un collaboratore un passaggio sull'auto teatro poi dell'intercettazione. Dinamica che rende ardito il voto ieri della Camera per sostenerne la non occasionalità. A meno che non si voglia ritagliare a (dis)misura di parlamentari una totale impermeabilità alle indagini.










