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di Paolo Frosina

Il Fatto Quotidiano, 9 maggio 2026

Dopo l’allarme del capo della Dna, il ministro apre ai pm: “Forniteci dati sulle indagini ostacolate”. Via Arenula invita il Procuratore antimafia a “un confronto tecnico” che stabilisca un “progetto normativo” per il Parlamento. “Un adeguato approfondimento tecnico”, basato sui dati, “sul quale costruire un’ipotesi di affinamento della normativa vigente”. Carlo Nordio apre, almeno sulla carta, a rivedere la stretta del governo sulle intercettazioni dopo l’allarme del procuratore nazionale Antimafia Gianni Melillo.

Lo scorso 20 aprile, il capo della super-procura aveva scritto al Guardasigilli, al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e alla presidente della Commissione parlamentare Antimafia Chiara Colosimo, segnalando l’effetto “grave e allarmante” della norma, introdotta dalla maggioranza nel 2023, che vieta ai magistrati di usare i nastri come prova in procedimenti diversi da quelli per cui sono stati autorizzati. Una scelta che ha causato un “obiettivo arretramento della linea di efficacia delle investigazioni in materia di criminalità organizzata e terrorismo”, ha scritto Melillo, chiedendo una “riflessione urgente sulle criticità riscontrate”.

La presa di posizione del magistrato ha spaccato il centrodestra: Fratelli d’Italia e il ministro Piantedosi hanno espresso attenzione sul tema, mentre da Forza Italia - il partito che aveva voluto la stretta - è arrivata una netta chiusura a ogni ipotesi di marcia indietro. Ora, a oltre due settimane dalla lettera (resa pubblica il 4 maggio dal Corriere), è Nordio a rispondere in via ufficiale, invitando Melillo a “un confronto tecnico funzionale alla definizione di un efficace progetto normativo, da sottoporre al vaglio e alla discussione parlamentare”.

Prima, però, il ministro ributta la palla nel campo del procuratore: in nome di un “approccio pragmatico”, scrive, “è essenziale disporre anzitutto di dati circa le fattispecie di reato, oggi escluse dalla utilizzabilità delle intercettazioni svolte in procedimenti diversi, che risultino interessate in modo più significativo dalla limitazione probatoria”.

Da Via Arenula, insomma, si prende tempo: il tavolo si aprirà solo se la Procura nazionale saprà fornire numeri che dimostrino in quanti e quali casi gli inquirenti hanno dovuto rinunciare a usare i nastri sulla base della nuova disciplina. Un modo, si legge, per raggiungere la “migliore sintesi” tra le esigenze delle indagini e quelle della privacy, ma in realtà una strategia per allontanare la marcia indietro sulla norma. Al ministero, infatti, sono convinti che il fenomeno dell’inutilizzabilità sia più ridotto di quanto afferma Melillo: modificando la norma, rivendica Nordio, “già si è avuto cura di salvaguardare il più ampio spazio all’accertamento dei delitti di maggiore gravità”, permettendo di usare le intercettazioni, anche se captate in procedimenti diversi, quando risultano “indispensabili per l’accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza “ (in generale, quelli puniti con una pena minima di almeno cinque anni).

Questa formula, però, ha annullato l’estensione prevista dalla riforma “Spazza corrotti” dell’ex ministro M5S Alfonso Bonafede, che aveva esteso l’utilizzabilità a tutti i reati per cui sono consentite le intercettazioni (categoria molto più ampia). Nella sua lettera a governo e Parlamento, il procuratore aveva fatto un elenco sommario dei reati esclusi dalla nuova norma: dai più gravi delitti contro la pubblica amministrazione, come corruzione e concussione, “a tutti i reati in tema di traffico di rifiuti, sino a quelli “di scambio elettorale-mafioso, di intestazione fittizia dei beni e altre utilità provenienti da delitto e auto-riciclaggio, per giungere a tutti i reati finanziari, societari e fiscali”.

“Il ministro Nordio deve fare una sola cosa: varare un decreto-legge, questo sì quanto mai urgente, per ripristinare la normativa precedente sull’utilizzabilità delle intercettazioni. Sono già stati fatti danni enormi e non c’è un minuto da perdere”, incalzano i parlamentari 5 Stelle nelle commissioni Giustizia di Camera e Senato.