di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 3 agosto 2024
L’argomento è diventato nel tempo oggetto di una divisione faziosa fino al parossismo, è in gioco la dignità di ciascuno di noi. Quando una conversazione privata fatta davanti a un bicchiere di vino viene trasmessa pubblicamente alla radio, vuol dire che il mondo si è trasformato in un campo di concentramento: così scriveva Milan Kundera che, nella Praga del secolo scorso, ebbe modo di assaggiare con abbondanza l’intromissione di uno Stato totalitario nella vita dei cittadini. E talvolta il Leviatano ci appare proprio lì, dietro l’angolo, a scrutarci occhiuto, pronto a trasformarci in sudditi, in cambio d’una garanzia per la nostra sicurezza messa a repentaglio dalla ferinità dell’umana natura. Di certo l’inesauribile ricerca d’un equilibrio tra sacrosanta tutela della sfera più intima e necessario controllo sociale trova nelle comunicazioni uno dei punti più dolenti. Oggi più di prima, perché oggi più che mai viviamo immersi in una bolla interattiva e totalizzante dove le parole degli altri e le nostre diventano quasi inseparabili.
Da quando la nostra Costituzione se ne occupò, stabilendo l’inviolabilità “della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione” (salvo provvedimento giudiziario motivato e nei limiti della legge), molto veleno è passato sotto i ponti della Repubblica: perché le intercettazioni, telefoniche, ambientali o digitali che siano, sono in sé tossine nel nostro corpo sociale e nel nostro dibattito pubblico sino a diventare talvolta oggetto di ricatto, di pegno, di scambio. Del resto, dal tentativo di catturare i piccioni viaggiatori nemici fino alla formidabile decrittazione del codice Enigma usato dai nazisti, possedere segretamente le parole altrui è sempre stato prodromo di vittoria.
Ora, che sono state introdotte in questa battaglia sotterranea forme tecnologiche ben più invasive, la faccenda può toccare davvero tutti: il trojan, quel virus che, inoculato nella nostra intimità digitale è in grado di spiare ogni respiro, destinandolo a un brogliaccio investigativo, può essere un potentissimo mezzo di giustizia o un terrificante strumento di sopraffazione. Non v’è angolo segreto delle nostre vite che non possa finire, domani, in pasto all’altrui curiosità più o meno morbosa. Ed è dunque naturale che in un Paese tendente alla divisione radicale perfino su una corsa ciclistica (Coppi e Bartali a ben vedere si limitarono a rilevare il testimone da guelfi e ghibellini) l’argomento sia diventato nel tempo oggetto di divisione faziosa fino al parossismo, in una forma semplificata della frattura fra giustizialisti e garantisti, ciascuna parte convinta che l’altra sia al servizio del Male.
Quando Carlo Nordio, il ministro della Giustizia più liberale degli ultimi anni e dunque più avverso a queste intrusioni nelle nostre vite, ebbe a dire che “i mafiosi non parlano al telefono” e che, dunque, delle (costosissime) intercettazioni si poteva (in parte) fare a meno, i magistrati siciliani ebbero gioco facile nel dimostrargli il contrario, avendo appena arrestato Matteo Messina Denaro (anche) grazie al vecchio strumento degli ascolti telefonici. E non v’è dubbio: bisognerebbe chiudere gli occhi su anni e anni di storia della lotta a boss e narcos d’ogni risma per non riconoscere quanto prezioso sia captarne le parole.
Allo stesso modo, però, bisogna bendarsi per non vedere come il meccanismo possa lasciare sul campo vittime collaterali, specie per effetto del rimbalzo mediatico d’una frase, magari fuori contesto o male interpretata. È ormai un caso di scuola la gogna toccata nel 2016 a Federica Guidi, spinta alle dimissioni da ministra (senza mai essere indagata) per un’intercettazione più che intima col suo compagno d’allora (in seguito prosciolto da ogni accusa nell’inchiesta Tempa Rossa finita quasi in nulla dopo gran clamore); come lo è l’esposizione sui media d’una mail rabbiosa di Tiziano Renzi a suo figlio Matteo (anche lui non indagato) che rivelava al grande pubblico una sfera dolente e davvero privata di dissapori familiari.
È dunque una ferita mai sanata quella riaperta dalla controversa vicenda di Nicola Turetta, intercettato in sala colloqui mentre, da padre, tentava di far coraggio al figlio Filippo, feroce assassino di Giulia Cecchettin e per questo detenuto nel carcere di Verona: certo, con frasi molto inappropriate per un discorso pubblico ma che, appunto, pubblico non era, e tendeva solo a scongiurare un gesto estremo del ragazzo. Al netto di come lo si voglia considerare, il linciaggio mediatico cui è stato sottoposto papà Turetta evidenzia altro, a proposito di intercettazioni. L’ineludibile lato debole non solo della riforma Nordio (che pure si propone la tutela dei terzi) ma di qualsiasi riforma futura in materia: il fattore umano. L’intercettazione in questione ha i crismi della legalità: fatta “di default” (come si fa nei colloqui in carcere in casi simili) un giudice l’ha inclusa nel fascicolo del processo che inizierà a settembre, anche se è dura capirne l’utilità in un dibattimento che ha già un reo confesso, e “di default” è arrivata pigramente fino a noi. Qui non ci sono gole profonde o congiure. C’è solo una certa idea di etica processuale e di condanna morale che può precedere il giudizio penale o addirittura prescindere da esso, toccando chiunque: il papà di Turetta, sospinto per alcuni giorni sul banco degli imputati accanto al figlio da un’ondata di odio pubblico, è stato costretto a chiedere scusa al popolo italiano, con un atto di umiliazione che rimanda un po’ alla Cina di Mao. Sicché non c’è riforma che tenga se, a monte, non nasce una consapevolezza di quanto valga la dignità di ognuno e di quanto sia facile distruggerla. E nessuna legge potrà mai imporre un simile cambiamento: che avrà i tempi e i modi, lenti e necessari, d’un passo avanti da fare tutti assieme.









