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di Elvira Serra

Corriere della Sera, 20 gennaio 2023

Hanno sedici anni di differenza e alcuni tratti in comune. Anzitutto gli occhi celesti, bellissimi. Poi un luogo del cuore: il Gianicolo. Una famiglia che per entrambe non ha nulla a che fare con il cinema. E quella personale determinazione che le ha portate a credere in sé stesse, quando ancora non ci credeva nessun altro, e a pagarsi da sole i primi corsi di recitazione. Una, la più grande, per alimentare il fuoco sacro ha fatto la barista; l’altra, la cameriera in un ristorante.

E forse per questo diventa anche un gioco di specchi l’incontro romano con Carolina Crescentini, 42 anni, e Valentina Romani, 26, protagoniste di Mare Fuori, la fortunata serie tv che tornerà su Rai 2 in prima serata il 15 febbraio con la terza stagione. Carolina interpreta Paola Vinci, la direttrice dell’Istituto di Pena Minorile (Ipm) di Napoli, liberamente ispirato al carcere di Nisida. Valentina è Naditza, una giovanissima rom che sceglie di farsi rinchiudere nell’Ipm pur di sfuggire al matrimonio combinato dai suoi genitori.

Come vi siete preparate per il ruolo?

Crescentini: “Su YouTube sono andata a cercarmi le interviste ai giovani detenuti di Nisida e alle direttrici delle carceri. In passato, per I bastardi di Pizzofalcone (dove ha il ruolo della pm Laura Piras, ndr) avevo incontrato la direttrice di Poggioreale. Mi disse una cosa che mi colpì molto: dal carcere entrano ed escono le stesse persone”. Romani: “Io ho preferito non ispirarmi a nessun film per non farmi contaminare: volevo trovare dentro di me la voce di Naditza. E non sono nemmeno andata a visitare Nisida con gli altri attori perché sapevo che il mio personaggio in carcere si sente al sicuro, protetta: temevo che la mia impressione potesse inquinare la mia interpretazione”.

La scena più difficile?

Romani: “Una delle più difficili è stata nella prima stagione, quando ho trovato in bagno Serena (India Santella, ndr) con la ferita da autolesionismo. È stato impegnativo prepararmi, anche perché queste cose esistono e succedono per davvero e bisogna stare molto attenti quando si raccontano. Un’altra scena tosta è stata in cortile, quando Nad rivede Filippo e scopre che non è morto lui, ma Ciro: è stato complicato girarla dal punto di vista emotivo, ma anche tecnico, poiché eravamo in tanti”. Crescentini: “Interpreto una donna zoppa, e ho dovuto mettere un tutore per capire come camminare. Mio marito (il cantautore Francesco Motta, ndr) quando giravo per casa con il bastone era spaventatissimo! Poi c’è stata una scena in cui dovevo salire le scale con le stampelle, ad agosto, grondavo di sudore: arrivata in cima dovevo continuare a recitare le mie scene, è stato faticoso. Un momento emotivamente duro, invece, è quando il padre di Naditza, l’attore Ivan Franek, spacca tutto nel mio studio: ecco, lì anche se sai che stai recitando non resti indifferente”.

Invece il momento più divertente?

Crescentini: “Ho avuto tante crisi di riso con Vincenzo Ferrera, che fa l’educatore in carcere. Ci sentiamo ancora una volta alla settimana”.

Romani: “È stato divertentissimo girare la scena del matrimonio saltato, quando Nad scappa in macchina con Filippo e Carmine. Guidavo io e l’auto mi si è spenta sei volte: sono abituata al cambio automatico, mentre quella era con le marce. Ma è stato bello vederci dal di fuori, respirare la conquista della libertà”.

Che effetto vi ha fatto l’evasione dall’Istituto Beccaria di Milano il giorno di Natale?

Romani: “È un gesto che lascia molti pensieri, ma l’ho trovato anche coraggioso: quei ragazzi sono fuggiti senza aver paura di annullare tutto il percorso fatto fino a quel momento pur di godersi un po’ di libertà”.

Crescentini: “Le carceri non sono organizzate benissimo, servirebbero più educatori, non puoi pensare di buttarci dentro i delinquenti e gettare via la chiave. Manca il personale. La burocrazia rende complicate cose basilari come ordinare la carta igienica. Tempo fa sono stata a Regina Coeli per una gara di oratoria tra laureandi in legge e detenuti, avevano 20 minuti a testa prima di scambiarsi i ruoli su temi come l’uso delle armi: dovevano esporre una tesi a favore e una tesi contro. I detenuti hanno asfaltato gli altri”.

Romani: “Trovo che ci sia una grandissima voglia di riscatto da parte dei detenuti, che però devono essere aiutati. Io ancora non me la sento di fare un’esperienza di volontariato dentro un carcere, perché ho bisogno di essere preparata, non posso improvvisarmi”. Crescentini: “Non posso dimenticare una premiazione ai Nastri d’Argento, dove ero candidata, e vinse tutto il cast di Cesare deve morire, il film dei fratelli Taviani girato con i detenuti di Rebibbia. Ricordo un omone che disse: “Non avrei mai pensato di passare dalle pagine di cronaca nera a quelle di cultura e spettacoli”. Era felice. Oppure un’altra volta, durante una trasmissione nella quale ero ospite assieme a un pizzaiolo che faceva dei corsi nel carcere minorile di Nisida: venne fatto un collegamento con un ex detenuto che aveva aperto due pizzerie a New York e aveva imparato il mestiere grazie a lui. È stato commovente, perché questi sono luoghi dimenticati, ma lì puoi davvero cambiare la vita di qualcuno”.

Siete entrambe romane. Com’è stato l’impatto con il napoletano?

Romani: “Sono romana di Roma Nord. La lingua per me ha rappresentato il primo scoglio, perché Nad parla napoletano e ho avuto paura di una responsabilità così grande. Sono stati fondamentali i ragazzi napoletani sul set”.

Crescentini: “Io sono romana di Monteverde. Certe volte i ragazzi mi rispondevano in dialetto strettissimo e io non li capivo!”.

Cosa vi ha lasciato dentro il vostro personaggio?

Romani: “La parola chiave di Nad è libertà. La sua storia è un ossimoro, perché vuole rinunciare alla libertà assoluta del campo rom e rinchiudersi in carcere per inseguirne una più grande, quella del cuore. Trovo che sia un messaggio potente, un insegnamento grande. In generale fare Mare fuori è come fare un viaggio dall’altra parte del mondo, ti tocca profondamente. Vorrei imparare ad avere il coraggio di Nad”. Crescentini: “Quando abbiamo cominciato a girare, molti ragazzi non erano attori. C’è stato uno scambio bello, mi è arrivato amore in purezza. Ora li vedi che fanno i fighi, ma sono dei cuccioli! È stato molto emozionante tutto il percorso, anche quello di Paola, il mio personaggio, che all’inizio è tutta regolamenti da rispettare e poi si ammorbidisce, si addolcisce”.

Vantaggi e svantaggi della notorietà...

Crescentini: “La premessa è che sono molto grata al mio pubblico. Senza di loro non ci sarei io. Però non mi piace quando vengo trattata come un pupazzo. Mi è capitato di piangere al telefono dopo aver ricevuto una brutta notizia e di essere tormentata da alcuni fan che volevano un selfie. Per contro, senti proprio l’affetto della gente. A Napoli le signore mi invitavano a casa loro a bere un caffè. E io ci salivo! Oppure ci sono ex detenuti che mi si avvicinavano per strada e mi raccontavano il loro percorso di riscatto, come se fossi davvero una direttrice di carcere”.

Romani: “Qualcuno ha detto che il successo appartiene già al passato, dunque non è da prendere troppo sul serio. Bisogna stare la gioco. È come se le persone si fidassero di te anche senza conoscerti, e questo è un vantaggio. Lo svantaggio è quando non rispettano certi momenti intimi tuoi, per esempio quando stai mangiando”.

Siete personaggi, ma anche persone. Vi è capitato di conoscere i vostri miti grazie al lavoro che fate?

Crescentini: “A me è successo con David Lynch a una Festa del Cinema di Roma. Io sono una che ha la parlantina, ma arrivata davanti a lui non ho spiccicato parola. Ero bloccata”.

Romani: “Ho lavorato con Nanni Moretti per Il sol dell’avvenire, che deve ancora uscire. Mi aveva vista nella miniserie Alfredino - Una storia italiana. Quando l’ho incontrato la prima volta per me è stato un momento catartico: ero di fronte a un grande maestro del cinema, sono emozionata ancora adesso a ripensarci. Però posso aggiungere un altro aneddoto?”.

Certo...

Romani: “Avevo quattordici anni e frequentavo la scuola di recitazione Jenny Tamburi. Carolina Crescentini è venuta a incontrarci e io ho pensato: mamma che bella!”.

Crescentini: “Ma veramente?”.

Romani: “Sì, giuro. Mi ha colpito la semplicità con cui si è presentata, come se fosse passata a salutarci un’amica. Neppure io, come lei, vengo da una famiglia legata al mondo cinema, e l’idea che si potesse restare semplici facendo questo mestiere mi è piaciuta molto. Ritrovarmi a lavorare con lei è stato emozionante: è un’attrice sempre in ascolto, con lei sai di avere le spalle coperte. Spero un giorno di riuscirci anch’io”.

Crescentini: “Ma lo fai già. Io tante volte mi sono persa negli occhi di Valentina. Diciamo che sul set c’era un bene tra Paola e Naditza un po’ più grande di quello scritto nella sceneggiatura”.

Il film più bello?

Crescentini: “Un tempo avrei risposto Mulholland Drive, oggi dico Magnolia”.

Romani: “A me è rimasto dentro The Truman Show”.

L’attrice più brava?

Crescentini: “Beh, in Italia Monica Vitti: è la sintesi di una donna che ha la stessa forza e credibilità sia nei ruoli drammatici che in quelli comici, e non è mai spalla di nessuno. Tra le straniere, Julianne Moore, per la stessa capacità di cambiare registro ed essere sempre credibile”.

Romani: “Scelgo Meryl Streep, icona di eleganza e femminilità: una grande attrice”.

So che il Gianicolo è un vostro luogo del cuore...

Crescentini: “Ci sono cresciuta, ci andavo a scrivere. Hai tutta Roma sotto di te e un silenzio incredibile, interrotto solo dallo sparo del cannone a mezzogiorno”.

Romani: “Io ci andavo quando bigiavo a scuola. Lì è come se tutto si fermasse, anche la città che non si ferma mai”.

Entrambe amate scrivere...

Crescentini: “Non scrivo mai di me, ma prendo continuamente appunti di quello che vedo. Il treno è un luogo di ispirazione formidabile”.

Romani: “Per me scrivere è una grande liberazione e un atto di ricerca di me stessa. Adesso, lo dico con grande pudore, sto provando a scrivere poesie. Mi fa sentire bene”.