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Ristretti Orizzonti, 14 agosto 2026

Intorno al tavolo di Ristretti Orizzonti siedono tante persone detenute e tanti volontari, e ogni giorno affrontano discussioni profonde sul senso della pena, sulla qualità della vita detentiva, sulla propria responsabilità. Non c’è voglia di cercare giustificazioni, ma di raccontarsi, dare valore alle parole, “disarmarsi” per primi, senza aspettare che siano gli altri a farlo, perché in un mondo particolarmente violento come quello del carcere, vale la pena avere il coraggio di cercare di rinunciare a qualsiasi forma di aggressività, anche a costo di apparire deboli e scoperti.

A Ristretti Orizzonti abbiamo finalmente deciso che il punto di vista delle persone detenute deve trovare più spazio, non solo nel giornale cartaceo, che è già ricco di loro contributi, ma anche e soprattutto nella nostra NewsLetter quotidiana. È bello pensare che i nostri lettori potranno leggere più di frequente le nostre “firme”, gli articoli di quelle persone detenute che sanno narrare il carcere andando in profondità e non fermandosi ai luoghi comuni. Quei luoghi comuni che non ci piacciono perché semplificano e banalizzano una realtà che è invece complicata: quella del male provocato dai reati, un male che bisogna conoscere a fondo per non restarne affascinati e per vederne tutte le miserie, il dolore e le illusioni che porta con sé.

Da oggi ogni settimana potrete leggere nella nostra NewsLetter le riflessioni dei redattori di Ristretti Orizzonti.

Cosa ha significato per me crescere in un paese della Calabria

di Alessandro Iembo, Ristretti Orizzonti

Erano gli anni in cui si stavano riaccendendo le faide di mafia. Mi chiamo Alessandro, sono jn carcere da 8 anni, prima in Inghilterra, ora in Italia, ed ho una condanna di 24 anni da scontare. Sono cresciuto in un paese della Calabria, dove le istituzioni rappresentavano spesso “la causa” dei nostri malesseri.

Anche i più anziani quando c’erano le guardie in giro ci avvisavano di stare attenti, nonostante fossimo poco più che bambini. E quando scappavamo perché non avevamo il casco o perché non avevamo l’assicurazione allo scooter, la gente ci nascondeva nelle sue case, perché in quel contesto si pensava che fosse la cosa giusta da fare.

Alcuni miei famigliari hanno scontato una pena, per truffa ai danni dello stato, e per me non è stato facile crescere con il pregiudizio dei tuoi coetanei e dei loro genitori, non importava quello che facevo, perché l’etichetta ti rimane per sempre, soprattutto in un paesino.

Intanto intorno a me c’era un clima di guerra, dopo tanti anni si stavano riaccendendo faide di mafia, e ogni giorno c’erano morti ammazzati a colpi di kalashnikov e bazooka. Quelle persone, che rappresentavano per noi dei (falsi) miti in cui credevamo, o venivano arrestati o portati in cimitero.

C’era il coprifuoco e quando ero fuori e mia madre sentiva qualche sirena in paese, dopo 10 secondi mi squillava il telefonino, e invece di rassicurarla mi arrabbiavo pure, all’epoca ridevamo con i miei amici per questo, contavamo i secondi.

Non c’era tanto da fare in giro e spesso ci cacciavamo nei guai, spaccavamo le finestre delle scuole la sera così da rendere le classi inagibili nel giorno delle interrogazioni, graffiavamo le macchine dei professori dopo avergli bucato le ruote, qualcuno ha perfino bruciato un ristorante sulla spiaggia solo perché volevamo avere il fuoco più grande al falò della notte di S. Lorenzo.

Sono sempre stato un tipo sveglio nel commercio, Mi piaceva lavorare nei locali, e nel frattempo mi davo da fare vendendo qualsiasi cosa, dal prosecco rubato ai botti illegali, ma quello che mi interessava era vendere droga, si rischiava di più ma c’era molto più guadagno, a volte spendevo tutto per non portare i soldi a casa che avrebbero fatto soltanto preoccupare ancora di più mia madre.

Anche perché in famiglia non mi è mai mancato niente, e i miei genitori facevano di tutto per tenermi a casa, ma rimanere nel ruolo, che intanto intorno a me mi ero creato, dell’essere più furbo degli altri mi spingeva a rischiare sempre di più.

A 16 anni mi arriva alle 7 di mattina la Direzione Distrettuale Antimafia a casa, i pianti di mia madre mi svegliarono bruscamente, io con la coda di paglia stavo zitto, pensavo che erano lì per qualche mia bravata, ma leggendo i documenti mi sono reso conto che venivo accusato di concorso in un omicidio di mafia.

Intanto il peso del pregiudizio si faceva sentire, soprattutto quando i giorni seguenti sono uscite le notizie su tutti i giornali, mi ricordo che anche le professoresse a scuola mi trattavano in modo diverso, figuratevi i miei coetanei in giro per il paese. Le accuse poi furono smentite dopo quattro anni, ma il danno era già stato fatto, il mio nome appariva affianco a quello di gente che all’epoca era al 41bis, che nemmeno conoscevo di persona, e le bugie di qualche collaboratore di giustizia alimentavano il peso del pregiudizio anche nei confronti dei miei famigliari.

Intanto molto velocemente intorno a me iniziava a stringersi il cerchio, gente a me vicina finiva in carcere, una volta sono rimasto in giro fino alle 2 di notte con un mio amico, ed avevamo appuntamento per il giorno dopo, ma dal giorno dopo lui non rispondeva al telefono, dopo 14 giorni è stato ritrovato morto in un fosso. Non sapevo se essere preoccupato per essere stato con lui fino a poche ore prima, o se sentirmi “fortunato” di essere vivo.

Finite le scuole avevo deciso di partire, era il 2008, e volevo andare a Parma, avevo preparato tutto per aprire una agenzia immobiliare, ma vuoi per la crisi vuoi perché mi mancava il mio paese decido di ritornare giù in Calabria, apro un locale in spiaggia, ma da noi purtroppo il lavoro c’è solo il mese di agosto. Cosi rimando la mia partenza e, spinto dai miei genitori, mi iscrivo all’università. 

E il giorno della laurea tra i tanti regali mi viene regalato un volo per l’Inghilterra.

Ci vado e oltre a frequentare il college inizio subito a lavorare nei locali, dove, si sa, gira tanta droga e anche lì mi davo da fare.

Dopo un po’ finisco il college ma decido di rimanere, e piano piano ero riuscito anche con sacrifici a permettermi di chiedere un mutuo per comprare la casa, ma servivano soldi subito. Offuscato dalla voglia di arrivare a quella cifra, non ho guardato in faccia a nessuno, spingendomi a delinquere e rischiando sempre di più, fino al mio arresto, per aver trasportato droga. Sicuramente non era questo che i miei genitori avevano in mente per me, dal processo alla condanna definitiva a 24 anni per traffico internazionale nell’arco di 6 mesi ho perso tutto. Avevo 28 anni.

Ho subito una carcerazione molto dura in Inghilterra, al regime di massima sicurezza, e dopo altri processi per confisca dei beni e con l’aiuto della mia famiglia sono riuscito ad arrivare in Italia, anche se da detenuto.

Stando qui dentro giorno dopo giorno ti accorgi del male provocato alla tua famiglia, il peso del pregiudizio che portano sulle spalle mio fratello e le mie sorelle, i sacrifici che fanno per venire a colloquio o per non farmi mancare niente, l’ansia e le preoccupazioni con il pensiero che io peggiori ulteriormente la mia situazione. Ieri per esempio invece di chiamare alle tre e mezza del pomeriggio come al solito ho chiamato a casa verso le sei e mezza. Quando mi ha risposto mia madre balbettava, si aspettava la chiamata al solito orario e guardando su internet era uscita la notizia che al Due palazzi un detenuto della mia età, di 36 anni, si era tolto la vita, Vi assicuro che essere il motivo del malessere della tua famiglia ti fa acquisire la consapevolezza di aver sbagliato tutto nella vita, e per uno che pensava di essere sempre il più furbo è una cosa che ti consuma piano piano. Nell’arco della mia carcerazione ho incontrato in diverse carceri quelle persone, quei falsi miti che prendevo come esempio, consumati dalla galera e consapevoli delle scelte sbagliate che avevano caratterizzato la loro vita.

Oggi frequento la redazione e affrontare la realtà parlando di sé anche davanti a degli sconosciuti come gli studenti delle scuole che entrano in carcere è veramente difficile, ma se raccontare la mia esperienza può servire a prevenire il fatto che un giovane si rovini la vita solo perché pensa di essere più furbo, ben venga il difficile lavoro di portare la propria testimonianza alle classi, io sono l’esempio che non ci sono scorciatoie per risolvere i tanti problemi che puoi avere nella vita.