sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Salvatore Fani

Ristretti Orizzonti, 21 settembre 2026

Sono un uomo del sud Italia, sono nato e cresciuto nei Quartieri Spagnoli di Napoli, mi chiamo Salvatore e ho 44 anni. Nascere nei Quartieri Spagnoli significa spesso crescere con una mentalità che ti condiziona la vita, noi che siamo nati lì in tanti ci portiamo dentro un odio per la cultura, un odio per le istituzioni, per la divisa, per tutti i servitori dello Stato. Ho un lungo fine pena per reati di rapina che ho commesso senza paura e senza pensare che forse stavo sbagliando. Oggi a differenza del passato penso prima di parlare, cercando di non usare violenza mai, né nelle mie azioni né nelle cose che dico, Credo che questo sia l’inizio di un percorso soprattutto di responsabilità, che io faccio cercando di dare un senso positivo a questa mia carcerazione. Nel mio percorso sono accompagnato dall’impegno costante nella redazione di Ristretti Orizzonti, a cui mi dedico quasi a tempo pieno, e anche dalla scuola che mi dà un’istruzione e tiene molto occupata la mia mente. 

Nel mio passato ci sono molte ombre, molte cose brutte e tanta galera, come se la galera facesse parte inevitabilmente della mia vita. Oggi so che nel mio quartiere tutto ha inizio da bambini: nella nostra adolescenza ci costruiamo il nostro futuro, dai primi problemi che ci tocca risolvere da soli, per la vergogna di chiedere aiuto, per paura di essere visti come deboli.

Un bambino però dovrebbe pensare ad altro, a quella età non dovrebbe pensare che l’unica strada per lui è il carcere: ma noi, nati e cresciuti nei vicoli di Napoli, non abbiamo futuro, per questo diventiamo un problema per la società e un pericolo per noi stessi.

Se oggi però io sono consapevole di essere anche i miei sbagli, i miei errori, le mie idee e sarò anche le mie scelte di cambiamento, lo devo al progetto di confronto fra noi detenuti e le scuole che entrano in carcere che mi permette di avere una continuità di rieducazione e non mi fa sentire mai solo, mai abbandonato, perché proprio questo è stato il problema di tanti quartieri del sud Italia: l’abbandono, il male che genera solo altro male.

Per anni c’è stata “l’emergenza Napoli” con i suoi giovani i suoi scugnizzi, ma non è mai importato a nessuno, l’importante per buona parte della società è che quelli come me se ne stiano a casa loro, nei loro vicoli disagiati dove non entra nemmeno il sole

Nessuno si è mai impegnato veramente per cambiare questa brutta realtà, per dare un sogno a tanti ragazzi. Io so bene di cosa parlo, la strada mi ha rubato l’infanzia, la strada mi ha illuso, volevo comprarmi la vita che non ho avuto, e mi fa male vedere in carcere giovanissimi senza sogni, senza niente da perdere, anime spente nell’età più bella della loro vita.

Oggi i giovani per qualcuno sono diventati un grosso problema a livello nazionale, non più gli scugnizzi di Napoli ma vere bande, veri nemici da combattere con l’unica soluzione del carcere e delle pene sempre più severe.

In ogni epoca ci sono stati dei problemi legati ai giovani e ci sono anche oggi. Solo che oggi la chiamano emergenza di livello nazionale: mi viene da piangere, perché una emergenza c’è ma è quella di rieducare i grandi, rieducare chi propone soluzioni che sono una follia, sono un suicidio.

Proporre il carcere come unica via di uscita… non riesco nemmeno a pensare alle conseguenze, al danno che provocherebbero queste scelte, ripetere l’errore fatto al sud, quello di far crescere i giovani senza avere niente da perdere, uccidendo la loro anima, togliendogli l’infanzia

Io non ho scelto di nascere nei Quartieri Spagnoli di Napoli.

Io non ho avuto da bambino la possibilità di scegliere, per me era normale fare quella vita, che mi ha portato da grande a essere responsabile delle mie azioni, io ho tradito la fiducia di mia mamma, ho calpestato il suo duro lavoro le ho lasciato il rimorso di non capire dove ha sbagliato.

Forse saranno coincidenze, ma quando ho iniziato a seguire le orme di mio padre, che faceva il contrabbandiere, tutti mi dicevano che ero nato per quello, elogiando le mie gesta, io che a soli 15 anni guidavo barche velocissime da 20 metri nel contrabbando di sigarette.

Ho iniziato a provare il piacere del successo, dell’importanza di cui già godeva mio padre, mi sentivo un eroe, ho iniziato a prendere iniziative, mi sono spinto sempre più avanti, fino a finire in giovane età in un carcere estero. Niente mi poteva fermare. Dopo poco sono diventato uno spietato rapinatore e ho raggiunto grandi traguardi ed enormi guadagni.

Ma non sono mai stato felice, non sono stato capace di vivere, oggi credo che queste siano le conseguenze di non aver avuto un’infanzia facile e non avere avuto niente da perdere.

Poi il destino mi ha portato a Padova, in un carcere dove si cerca di dare un senso alla carcerazione, e sono deluso che solo oggi capisco che i sogni non si possono comprare con i soldi. Avere un sogno, costruendolo passo dopo passo con i sacrifici, ti dà una motivazione per vivere. Io credevo che con i soldi mi compravo tutto e tutti, ma non ho potuto comprarmi un sogno, solo tanta galera. Oggi non ho la soluzione, ma ho un vissuto da raccontare: e sono proprio le nostre narrazioni che possono aiutare tanti ragazzi a non rovinarsi la vita come abbiamo fatto noi. Mi è stato chiesto anche cos’è per me la Giustizia. La Giustizia però per me è una grande ingiustizia finché non si impegnerà seriamente a rieducare i detenuti e ad offrigli una carcerazione dignitosa. Se non cambierà il modo di considerare il carcere, la rieducazione rimarrà una grande menzogna, ma noi questo non lo vogliamo più, per questo facciamo di tutto oggi per dare un senso al nostro tempo, alle nostre vite.