sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Marino Occhipinti*

Ristretti Orizzonti, 28 agosto 2026

Chi non ha mai vissuto il carcere forse può difficilmente capire cosa significhi aspettare la notte e scoprire che, invece di portare sollievo, diventa il momento peggiore della giornata. Non avevo mai pensato che il caldo potesse diventare così difficile da sopportare. Prima del carcere, quando arrivava l’estate, cercavo semplicemente un posto all’ombra, una finestra aperta o una stanza più fresca. Qui dentro, invece, non sempre puoi scegliere. Devi rimanere dove sei, aspettando che passino le ore. Ricordo bene l’estate del 2003 nel carcere di Padova, dove mi trovo tutt’ora. In quegli anni i blindo, cioè i portoni blindati esterni al cancello della cella, venivano chiusi alle 23.30 e rimanevano serrati fino al mattino. Durante la notte l’aria nella cella diventava pesante, immobile, e il caldo sembrava aumentare invece di diminuire. Non avevamo ventilatori, non avevamo frigoriferi: c’era soltanto la speranza che arrivasse un po’ di fresco dall’esterno, ma spesso non arrivava nulla.

La notte era il momento più difficile. Ci si sdraiava sul letto già stanchi, ma dormire era quasi impossibile. Il materasso in gommapiuma tratteneva il calore, il sudore non dava tregua e le ore sembravano non passare mai. Si guardava il soffitto, si ascoltavano i rumori lontani del carcere e si aspettava il mattino. Ancora oggi, quando il caldo diventa insopportabile, e questa è stata un’estate terribile e davvero faticosissima, mi capita di cercare qualsiasi modo per riuscire a dormire. A volte finisco per dormire davanti al lavandino, nel piccolo bagnetto che allo stesso tempo fa anche da cucinotto. Mi siedo su uno sgabello e provo a prendere sonno in quella posizione, con le braccia immerse nell’acqua corrente fino ai gomiti e i piedi dentro una bacinella piena d’acqua. È difficile chiamarlo dormire: è più che altro cercare un po’ di sollievo, trovare un modo per resistere fino al mattino.

Oggi, però, c’è una differenza importante rispetto al 2003: oggi sono cardiopatico. Il caldo, quindi, non rappresenta per me soltanto un disagio o una notte insonne. Lo vivo con una preoccupazione diversa, perché so di avere un cuore che ha (avrebbe) bisogno di particolare attenzione. E così, quando la temperatura sale e il corpo fa fatica a trovare sollievo, la sensazione di vulnerabilità diventa ancora più forte. Mi assale la paura di non riuscire ad arrivare al mattino successivo.

Oggi, almeno, qualcosa è cambiato rispetto a tanti anni fa. Nelle celle, quasi in tutte in questo carcere, ci sono ventilatori e frigoriferi, strumenti che rispetto al passato rappresentano sicuramente un miglioramento. Ma quando l’aria è bollente, anche il ventilatore spesso sembra spostare soltanto aria calda. Il sollievo è minimo e il problema rimane, soprattutto durante la notte, ma è già qualcosa.

E allora mi viene spontanea una domanda: come fanno quelli che si trovano negli istituti dove ventilatori e frigoriferi non ci sono? Come affrontano quelle notti interminabili, quando il caldo non lascia dormire e non c’è nemmeno la possibilità di trovare un angolo più fresco? Chi non ha mai vissuto il carcere forse può difficilmente capire cosa significhi aspettare la notte e scoprire che, invece di portare sollievo, diventa il momento peggiore della giornata. Fuori puoi alzarti, uscire, cercare aria, fare una doccia, andare in un’altra stanza. Qui dentro le possibilità sono poche e spesso devi arrangiarti con quello che hai. Per me, quel lavandino, quello sgabello, l’acqua corrente sulle braccia e la bacinella con i piedi immersi nell’acqua sono diventati una sorta di letto improvvisato. Non è una scena che avrei mai immaginato di vivere, eppure nei momenti di caldo estremo diventa una delle poche soluzioni possibili. Il caldo in carcere, quindi, non è soltanto una questione di temperatura. È la sofferenza di una notte passata senza dormire, è il corpo che cerca disperatamente un po’ di sollievo, è la consapevolezza di non poter semplicemente aprire una porta e andare dove l’aria è più fresca.

Ogni estate mi torna in mente quel 2003 caldissimo - anche se all’epoca ero nella cella 8 mentre oggi sono poco più avanti, alla 13 dello stesso corridoio - quei blindo chiusi dalle 23.30 fino al mattino e quelle notti senza ventilatori né frigoriferi. Oggi, con il mio problema cardiaco, quell’esperienza assume un significato ancora più pesante. E penso a quanto poco serva, a volte, per rendere una notte appena più sopportabile: un po’ d’aria, dell’acqua fresca, la possibilità di respirare. E penso soprattutto a chi oggi quelle possibilità non le ha ancora.

*Redazione di Ristretti Orizzonti