Ristretti Orizzonti, 11 settembre 2026
Quando dal carcere sentiamo parlare di tutte quelle persone che fanno “di professione” gli odiatori, che si esaltano solo se hanno qualcuno da “massacrare” con le parole, ci viene da dire che tutte queste persone, se fossero messe davanti agli effetti devastanti dell’odio, se subissero sulla loro pelle o la pelle dei loro cari le conseguenze delle offese gratuite, forse si fermerebbero.
Quelle che seguono sono testimonianze di persone detenute, che hanno vissuto intrise di odio, e proprio per questo non sottovalutano il peso di questo nuovo odio che corre sul web e non risparmia nessuno.
Il giorno in cui ho iniziato ad odiare, ho iniziato ad invecchiare
di Salvatore Fani, Ristretti Orizzonti
Se dovessi scrivere sulla mia vita, comincerei col dire che il giorno in cui ho iniziato ad odiare, ho iniziato ad invecchiare. Quando sei bambino non conosci l’odio, per questo sei felice. Non conosci l’avvelenamento che può contagiare la tua mente e il tuo corpo.
Quando ero un adolescente odiavo i ragazzi di altri quartieri, odiavo la polizia, odiavo quelli del nord, tutto solo per un certo tipo di cultura che avevo. Poi ho odiato i ricchi e così ho iniziato a derubarli, perché odiavo non essere come loro. Sono cresciuto con tanto rancore verso la vita, perché quando non hai niente, non hai progetti per il futuro, non hai uno scopo, non hai un obiettivo, ti aggrappi all’orgoglio dicendoti “Mi è rimasto solo questo e lo devo difendere a costo della vita”, non badando ai danni e alle conseguenze spesso irreparabili che provochi.
Per odio ho rubato, per odio ho distrutto vite e speranze di altri, per odio ho perso la mia vita, la mia libertà e anche la mia dignità. Perché oggi non sono padrone della mia vita, la mia libertà è decisa da altri.
Pensando a tutto questo non mi rimane nemmeno più l’orgoglio, o se c’è non so proprio più che farmene. Odiare mi ha portato sempre in una sola direzione: il carcere. Il carcere, dove ho perso l’amore, ho perso la gioia di crescermi mio figlio, ho perso tutti i sogni, ho perso la libertà. Ho dovuto toccare il fondo per capire che per odiare ho pagato un prezzo altissimo.
Chi odia a volte non sa nemmeno il perché e non conosce nemmeno le conseguenze che può produrre l’odio. Come accade oggi per l’odio social, che ha più conseguenze distruttive perché non ti libererai mai da un commento cattivo. È come fare una cattiveria ad una persona che dura per tutta la vita. Non potrai mai più rimediare al male commesso, nemmeno col pentimento.
Ve lo dico io che di male ne ho commesso e ricevuto, con la possibilità ora però di rimediare. Io direi agli “odiatori seriali” che un giorno si pentiranno e che i social non gli daranno mai più la possibilità di rimediare e loro saranno costretti a vivere con un rimorso che li divorerà. Conosceranno i danni e le conseguenze che l’odio può provocare.
Io vorrei solo che le persone facessero più riflessioni sui danni che può provocare l’odio social; a volte può provocare addirittura la morte, quando diventa bullismo. Non posso pensare che pochi follower valgano più di una vita umana.
Non è questo il mondo che io vorrei lasciare a mio figlio. Le persone cambiano, le persone possono perdonare, ma i social no. I social non perdonano perché non hanno una scadenza, non mettono la parola fine al dolore che possono produrre.
Se provi l’odio sulla tua pelle, non potrai mai essere tu ad alimentarlo
di Ibrahim Bobo Bah, Ristretti Orizzonti
L’odio della gente molte volte è “gratuito”, io per esempio mi ricordo, che spesso a ricreazione alle elementari, dopo che subivo svariate prese in giro dai miei compagni, c’era sempre chi si prendeva un pugno da me, tra quelli che scappavano paurosi, e c’era però sempre quella ragazzina che piangendo gridava “ti odio”! Nonostante io credessi di difendermi, mi sentivo sempre male dopo quelle parole.
Tanti commenti su facebook sono pesanti se gli dai retta. Io quando ho cominciato a fare musica, mi ricordo che pubblicai un video di un freestyle su facebook, e diciamo che i ragazzi italiani non me le hanno mandate a dire: se ricevevo tre o quattro commenti positivi ne arrivavano 10 negativi, ma non mi sono abbattuto anzi, su consiglio di un mio amico ho usato questa cosa come strategia. Perché bene o male loro senza sapere spingevano la mia musica, senza che io glielo chiedessi molti ripostavano i video scrivendoci sopra “Torna a casa tua, cosa ci fai in Italia…” nonostante io sia un italianissimo ragazzo di colore.
Alcuni so chi erano, perché tutte le sere guardavo i commenti dal primo all’ultimo, riflettevo, mi chiedevo “Perché?”. Tanti di loro non sapevo neanche chi erano, quindi mi chiedevo su che base mi scrivevano quelle cose, il commento più frequente era: “Negro di merda non diventerai mai famoso!”.
Dentro di me volevo solo bruciare, esplodere. Un sacco di volte in studio mi sono chiesto se ne valeva la pena, ma i primi concerti me lo hanno confermato; quindi da lì in poi i commenti negativi mi davano più forza, anzi molti di quei commenti li utilizzavo come botta e risposta per le mie canzoni.
L’odio sui social è pesante, soprattutto se lo subisci quando stai facendo qualcosa che ti appassiona, quando fai qualcosa in cui pensi di essere bravo, e quando un gruppo di persone ti giudica, ti offendono nascondendosi dietro a uno schermo e una tastiera, è fastidioso.
Sui social gira tanta invidia, gente che scrive “Ma quella persona come fa ad essere così? Si ritocca le foto, non è così dal vivo! E come fa a fare tutti ‘sti viaggi? Sicuramente fa cose illecite!”.
Sul web i castelli possono crollare in pochi secondi come si possono costruire in millesimi di secondo.
La gente cerca di attirare l’attenzione molte volte usando le sventure altrui.
Argomenti sensibili sui social come immigrazione, carceri, sono discorsi sempre di condanna da parte di chi prende posizioni incattivite: ci rubano il lavoro, sono terroristi, se ti entrassero in casa a te? Sono commenti che nel 2026 non dovrebbero avere radici e spazio; Una persona detenuta si ritrova spesso preda di questo sistema in cui tutti si sentono autorizzati a giudicare: “Lui fa le rapine? deve marcire in galera! lui ha ucciso? merita la pena di morte!”. Senza sapere cosa c’è dietro a tutte queste storie molte volte tragiche, si commenta a vanvera e non si pensa che dietro ad ogni articolo, ad ogni post, ogni foto, video che si commenta in malo modo, ci sono persone con sentimenti. Per i detenuti non si calcola il percorso rieducativo che stiamo seguendo in carcere, un sacco di volte le persone sono cambiate, hanno pagato la loro pena, e per un articolo che risveglia vecchie situazioni si possono ritrovare al centro del Web una ulteriore volta, e i commenti che troverai lì sotto non saranno per niente sereni.
Io penso che se provi l’odio sulla pelle in prima persona poi non potrai mai essere tu ad alimentarlo sui social come spesso succede, Io continuerò dalla redazione di Ristretti Orizzonti a tentare di far capire a tutti questi leoni da tastiera, che se non spezziamo questa catena di odio a pagare sarà tutta la società, che oggi spesso si basa su falsi miti virtuali che stanno rovinando la vita, quella reale, di molti giovani e non.
I professionisti dell’odio
di Alessandro Iembo, Ristretti Orizzonti
Qualche giorno fa al notiziario di una televisione regionale hanno intervistato l’uomo più vecchio del Veneto, e tra le tante domande gli è stato chiesto: “Qual è il segreto per arrivare a 109 anni?”
E lui senza nemmeno pensarci ha detto: “Non portare mai rancore!”.
È un’immagine che mi è rimasta impressa nella memoria perché mi colpisce sempre l’odio che i cosiddetti leoni da tastiera nutrono nei confronti di gente che nemmeno conoscono, insulti gratuiti rivolti solo per avere un paio di like, o peggio fare gli haters per lavoro.
Ognuno fa il lavoro che gli piace, o che riesce a trovare, però se il tuo lavoro deve essere quello di screditare e insultare la gente online abbi il coraggio di mostrare la faccia.
In carcere parliamo spesso dell’uso delle parole e di quanto esse possono fare male, anche se vengono diffuse sullo schermo di un computer: accade infatti sempre più spesso che per avere più follower soprattutto i giovani fanno cattiverie inimmaginabili con il solo scopo di attirare l’attenzione. Qui siamo in galera ma ci alleniamo a trovare le parole giuste, a dargli un senso, ci prepariamo alle possibili domande che i giovani delle scuole che entrano in carcere per il progetto di confronto tra le scuole e il carcere potrebbero farci, e cerchiamo di trovare le parole giuste per descrivere il nostro passato.
Con tutto quello che i giornali hanno scritto su di me e sulla mia povera famiglia quando mi hanno arrestato, penso che creare un dialogo con gente che non sa niente del carcere e che ha una visione di esso molto diversa dalla nostra, gente che magari ha subito reati e per noi vorrebbe vedere solo il blindo chiuso della cella, non è per niente facile, ma se ci si riesce possono accadere cose positive, che a volte aiutano a far superare i propri traumi.
Nella redazione di Ristretti Orizzonti abbiamo avuto come ospiti vittime di reato con storie dolorose, che avrebbero tutto il diritto di provare odio e forse sarebbero anche giustificate ad usare violenza verbale, ma sono vittime che hanno riflettuto e hanno a volte ritrovato la serenità di sentirsi fortunati per quello che ancora hanno nella propria vita, mettendo da parte quei sentimenti come l’odio, il rancore, l’orgoglio, che giorno dopo giorno distruggono tutto quello che di buono ti sta intorno.
Invito tutti gli haters che vorrebbero vedere le carceri bruciare, o il numero dei detenuti suicidi aumentare, o tutte le cattiverie che spesso si vedono in rete, a passare una giornata con noi, mentre seguiamo il corso di Giustizia Riparativa, incontriamo le scuole o mentre ascoltiamo la testimonianza di una vittima di reato: vivere certe esperienze sulla pelle ed avere il coraggio di parlarne ti fa provare emozioni, ti fa riflettere, ti arricchisce, ti cambia! E ti fa comunque cambiare il tuo lessico nel parlare di questi temi.









