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di Salvatore Fani

Ristretti Orizzonti, 29 settembre 2026

Ho fatto un po’ di carcere in epoche differenti, risalenti anche a quasi 26 anni fa. Non ho un ricordo preciso, ma so che avevo poche emozioni. Entravo in carcere con la consapevolezza di quello che facevo e di quello che dovevo affrontare. Per me era tutto “normale”, e lo è stato fino al 2022, data del mio ultimo arresto. Guardavo fuori dalla finestra della mia cella, ero molto nervoso. Erano giorni che non dormivo, perché aspettavo il colloquio, il mio primo colloquio con mia moglie, mia mamma e mio figlio. 

Il mio nervosismo era dovuto al mio bambino, mi tormentava il fatto di non sapere come l’avrebbe presa. Avevo dato appuntamento a mia moglie, che sarebbe passata fuori dal carcere, dalla mia cella si vedeva fuori e ci si poteva addirittura parlare. Appena li vedo da lontano le gambe cominciano a tremarmi, mio figlio corre verso di me, mi riconosce. “Babbo Babbo” mi urla, “Ma sei proprio tu?”. Non sono riuscito a parlare, l’ho solo salutato. All’una vado giù, entro nella sala colloqui; c’erano mia mamma e mia moglie, mio figlio si era nascosto perché voleva farmi una sorpresa. Esce da sotto il tavolo e mi abbraccia. Ricordo quell’abbraccio ancora oggi. L’ho riempito di baci, erano mesi che non lo vedevo ed ero triste, stavo male. 

Ricordo che mio figlio mi ha chiesto di andare in bagno, non per caso. Ogni volta che viene da me, l’emozione gli fa questo effetto, è strano e nervoso. I giorni dopo i colloqui i maestri chiamano mia moglie chiedendole se Raffaele è andato da qualche parte. Mia moglie risponde che è andato dal papà. “Ma perché ci ha raccontato tutto per filo e per segno? Forse perché questo distacco a Raffaele fa male. Lui vuole il papà, ci chiede perché non può stare con lui, perché non gioca con lui e quando ritorna dal colloquio Raffaele è nervoso e aggressivo. Strano, perché di solito lui è molto buono”. 

Tutto questo ha un impatto emotivo troppo forte anche su di me, mi fa troppo male sentire che per colpa mia mio figlio soffre. In quattro anni più due di latitanza l’ho visto meno di dieci volte. I colloqui sono diventati il mio peggiore incubo, l’ultimo è stato il 18 dicembre. L’ho lasciato che a stento comunicava; nell’ultimo colloquio invece quasi non riuscivo a tenerlo in braccio da quanto si è fatto grande. Ma perché mi sono perso tutto questo? Perché sei diventato grande? Perché non so niente di te? Perché non so cosa mangi, cosa bevi, se stai male, se ridi? Perché ad ogni colloquio si presenta da me sempre un bambino nuovo? Perché non riesco a superare tutto questo? Perché sei la cosa più bella della mia vita e allo stesso tempo il mio più grande dolore? Perché mi sono perso la bellezza di poterti crescere? Perché non posso venire a prenderti a scuola? Tu non hai scelto di essere il figlio di un detenuto e mi fa male che paghi le mie scelte sbagliate. Il mio primo colloquio ho incontrato il mio bambino piccolo che non capiva niente, oggi è cresciuto, si fa delle domande ma forse non capisce ancora il perché di tante cose. Tutto questo è frutto dei miei errori, sono stato capace di rovinare la mia vita e quella di chi amo. Mi addosso tutte le colpe e le scelte che ho fatto, ne sento il peso. Questa è la vita da “eroe” che mi sono scelto. Queste sono le conseguenze di una vita vissuta nel crimine. Questa è la mia incapacità di vivere. Le conseguenze del mio vissuto sono che riesco solo a rovinare tutto, trasformando un bel giorno come il colloquio con i miei cari in un giorno negativo.