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di Carla Chiappini*


Ristretti Orizzonti, 7 agosto 2020

 

Si parla e si scrive di "umanizzazione del carcere", di "giustizia mite"; si riflette sul senso costituzionale della pena che apre a possibilità di futuro, anzi probabilmente dovrebbe lavorare per il futuro e poi si incontra la realtà quotidiana fatta di tante inutili afflizioni prive di senso.

A Parma diverse persone chiuse in Alta Sicurezza condannate al fine pena mai e chiuse ormai da 25, 30 40 anni, sono costrette a condividere celle (e francamente chiamarle "camere di pernottamento" mi sembra un'inutile ipocrisia) minime poste all'ultimo piano sotto un tetto liscio in cemento che, nella calura estiva, si scaldano fino a superare i 40 gradi.

Necessario? Ma forse no, considerando gli spazi ampi e solo parzialmente utilizzati del nuovo padiglione. Però è così. E chi non ha accettato - per motivi di salute - di condividere i suoi spazi vitali è da mesi in isolamento. Paradossalmente il Covid19 nella sezione AS1 ha ridotto il distanziamento tra le persone detenute!

Dell'ultima ora anche la notizia che "ci hanno tolto le telefonate in più e siamo ritornati a una telefonata a settimana; ad agosto... Però sostengono che l'emergenza ci sia ancora. Comunque non potrebbero ridurcele, la legge è peggiorativa rispetto al Decreto con il quale fruivamo di 10 telefonate mensili, dunque non potrebbe essere applicata retroattivamente. Ma vediamo".

Le insufficienti competenze giuridiche mi impediscono di trovare argomenti tecnici per contestare una decisione che mi sembra, oltre che del tutto inopportuna in questo momento in cui è più che evidente che la normalità è ancora molto lontana, soprattutto inutilmente crudele e del tutto priva di senso. Non vedo altro obiettivo se non quello di rendere ancora più penosa una pena che già intacca i normali criteri di umanità.

Soprattutto in estate, quando il caldo soffocante e la solitudine rendono le prigioni dei luoghi di totale sofferenza. Solo sofferenza. niente altro che sofferenza. Se poi c'è qualcuno onestamente convinto che da tutto questo si possa cavare qualcosa di buono, di costruttivo o di utile per il futuro del nostro Paese, se c'è qualcuno che ritiene che questa sia la giusta pena e che non rappresenti piuttosto una forma nemmeno troppo pudica di vendetta, bé sarei davvero curiosa di ascoltarne le ragioni.

Credo che l'umanizzazione del carcere sia un esercizio intellettuale, una grande utopia e soprattutto una espressione troppo distante dalla realtà; oltre che poco condivisa. Basterebbe forse renderlo un po' meno disumano, ridurre il danno. Ricordare il senso costituzionale della pena; tanto chiaro quanto disatteso. E infine provare a ripensare, nei giorni del dovuto e commosso ricordo, alle parole di Sergio Zavoli: "siamo nati per essere l'umanità". Tutto qui.

 

*Redazione "Ristretti" - Parma