di Massimo Taddei
Il Domani, 7 aprile 2023
I nuovi dati Eurostat sulle persone a rischio di povertà confermano una tendenza ormai in atto da tempo. Per la prima volta nella storia, almeno da quando si è sviluppata un’economia di mercato, i giovani hanno in media una maggiore probabilità di essere poveri rispetto agli anziani. Nel 2021, infatti, in Italia il 24,6 per cento dei giovani tra 15 e 29 anni era a rischio di povertà, circa 1 su 4. Il dato scende al 20,1 per cento per la popolazione in generale e al 15,7 per cento per gli over-60, quasi 10 punti percentuali in meno rispetto agli under-30.
Una persona è a rischio di povertà (o in povertà relativa) quando il suo reddito è inferiore al 60 per cento del reddito mediano, ossia il reddito percepito da chi si trova a metà della distribuzione: metà della popolazione guadagna di più, metà guadagna di meno. Il reddito mediano è una misura migliore rispetto al reddito medio, che tende a essere sovrastimato dal peso dei redditi molto alti. Se si guarda a questo indicatore, dunque, una persona in Italia si trova in povertà relativa quando ha entrate annue inferiori a 10 mila euro circa, poco più di 850 euro al mese.
Il grafico mostra chiaramente come nei maggiori paesi europei il rischio di povertà sia sempre più alto per i giovani rispetto agli anziani. Per l’Italia spicca però sia il livello (1 under 30 su 4, contro una media Ue di 1 su 5), sia la distanza decisamente più elevata rispetto alla media europea.
Non è un caso, ma il risultato di decenni di politiche a favore solamente delle fasce di popolazione più anziane. Sia chiaro, nessuno si augura un livello di povertà tra gli anziani più alto per poter “pareggiare i conti”, ma questi dati mostrano quello che la politica e una buona parte della popolazione vogliono negare: gli anziani, i pensionati, non sono la fascia di popolazione più in difficoltà, anzi, sono quelli che rischiano meno di trovarsi in povertà.
L’inversione di tendenza nella povertà - Da alcuni anni, le persone in povertà assoluta, ossia non in grado di acquistare una certa quantità di beni e servizi ritenuti fondamentali per la sussistenza, sono soprattutto giovani, mentre al crescere dell’età la percentuale cala. Non è sempre stato così. Nel 2006, gli under-35 in povertà assoluta erano il 9,5 per cento del totale, contro il 13,8 per cento degli over-65.
In passato, le persone anziane risultavano economicamente più deboli perché, diventando sempre meno abili al lavoro, non avevano la possibilità di migliorare la propria condizione economica. Gli importi delle pensioni e dei sussidi, inoltre, risultavano più bassi rispetto alla situazione attuale. Nel tempo le tutele a favore dalla popolazione anziana sono giustamente aumentate, ma nel frattempo l’evoluzione del mercato del lavoro ha reso sempre meno protette le persone più giovani.
Oggi, l’incidenza della povertà assoluta tra i 18-34enni è doppia rispetto a quella degli over-65. Le difficoltà delle persone in età genitoriale hanno anche avuto un impatto sui figli: i minori che si trovano in povertà assoluta sono il 14,2 per cento del totale, quasi 1 su 6. Eppure, le proposte politiche della maggioranza, ma spesso anche dell’opposizione, si concentrano molto sulle fasce più anziane della popolazione. Il motivo è evidente: l’affluenza al voto tende ad aumentare al crescere dell’età e i partiti seguono gli interessi di chi vota. Sarebbe però il caso di smettere di dipingere i pensionati come una fascia di popolazione più debole dal punto di vista economico.











