di Davide Dionisi
L’Osservatore Romano, 8 agosto 2026
Il sovraffollamento record che soffoca le carceri in Italia non è soltanto un problema di numeri e di spazi. È il sintomo di un sistema che, negli anni, ha risposto all’emergenza con logiche emergenziali, investendo poco in ciò che davvero potrebbe invertire la rotta: il reinserimento sociale delle persone detenute. Un reinserimento che, secondo l’avvocato Irma Conti, dell’Ufficio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, “non è mai una concessione benevola, ma un diritto della persona e una finalità costituzionale della pena.
L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato: ciò significa offrire percorsi concreti di responsabilizzazione, formazione, lavoro, cura e ricostruzione dei legami familiari e sociali. Allo stesso tempo, il reinserimento è uno dei più importanti investimenti nella sicurezza collettiva. Una persona che esce dal carcere con competenze, riferimenti affettivi, un’opportunità lavorativa e un adeguato sostegno sociale ha maggiori possibilità di non tornare a commettere reati”.
Secondo la penalista, inoltre, “la sicurezza non si costruisce soltanto attraverso la custodia, ma anche riducendo le condizioni che alimentano la recidiva. Garantire percorsi seri di reintegrazione significa tutelare la dignità della persona detenuta, ma anche proteggere la comunità nel lungo periodo. Una pena priva di una prospettiva di ritorno responsabile e consapevole nella società” riflette “rischia di diventare soltanto afflizione.
Qui avverto una profonda consonanza con il magistero di Papa Francesco, che ha più volte richiamato la necessità di non negare alle persone detenute la possibilità di recuperare dignità, fiducia e opportunità, e con quello di Papa Leone XIV, che ha indicato nello studio, nel lavoro, nella riconciliazione e nella speranza strumenti essenziali del cambiamento. La fede cristiana ci ricorda che nessuna caduta esaurisce il valore di una persona e che giustizia e misericordia non sono alternative: la misericordia non cancella la responsabilità, ma impedisce che la responsabilità diventi una condanna senza futuro”.
In questo ambito c’è una sfida culturale e comunicativa: raccontare il carcere senza cedere agli allarmismi né alle semplificazioni, restituendo alla cittadinanza un’informazione equilibrata che rispetti la dignità delle persone recluse e favorisca una percezione più consapevole dell’esecuzione penale. Irma Conti è convinta che “la comunicazione può svolgere un ruolo decisivo, purché sia trasparente, rigorosa e capace di restituire la complessità dell’esecuzione penale. La percezione pubblica è troppo spesso condizionata da una rappresentazione episodica ed emergenziale del carcere. Si parla di esecuzione penale soprattutto in occasione di evasioni, aggressioni, rivolte, suicidi o casi di particolare rilevanza mediatica. Sono molto meno conosciuti il lavoro quotidiano della polizia penitenziaria, degli educatori, del personale sanitario, degli assistenti sociali, dei magistrati, degli avvocati, del volontariato e del terzo settore, così come i percorsi educativi, le attività trattamentali e le esperienze positive di reinserimento, di formazione, lavoro, giustizia riparativa ed esecuzione penale esterna.
Comunicare meglio” prosegue “non significa nascondere le criticità, né costruire una narrazione rassicurante. Significa fornire dati comprensibili, spiegare il funzionamento delle misure alternative e mostrare che la tutela dei diritti delle persone private della libertà non è in contrasto con la sicurezza della società. Occorre inoltre evitare sia la spettacolarizzazione della sofferenza sia la stigmatizzazione delle persone detenute. Una comunicazione responsabile” evidenzia “può aiutare l’opinione pubblica a comprendere che l’esecuzione penale riguarda l’intera società e che il modo in cui una persona sconta la pena incide direttamente sulle condizioni in cui tornerà nella comunità. Così come è importante rispettare la riservatezza delle persone detenute, altrettanto importante è rispettare la dignità delle vittime e il diritto dei familiari a non essere esposti”.
Parlando del suo lavoro, Conti specifica che “il Garante nazionale ha una funzione essenziale nella comunicazione: attraverso visite, rapporti, raccomandazioni e analisi indipendenti rende visibili sia le criticità sia le pratiche positive. La comunicazione del Garante deve essere autorevole proprio perché non minimizza i problemi, non rincorre l’emotività del momento e non confonde la tutela dei diritti con la difesa corporativa del sistema. La pubblicazione di rapporti analitici sulle condizioni degli istituti, sui decessi e sugli altri fenomeni critici contribuisce a creare una base conoscitiva comune. Ritengo, inoltre, che anche le parole siano una forma di giustizia. Definire qualcuno esclusivamente come criminale, tossicodipendente o malato psichiatrico significa trasformare una condizione o una condotta nell’identità complessiva della persona. La fede mi richiama, invece, alla responsabilità dello sguardo: vedere il reato, la sofferenza della vittima e il bisogno di sicurezza, ma vedere anche l’essere umano che resta oltre l’errore”.
Da anni si parla di modernizzazione del sistema: la digitalizzazione dei fascicoli e degli strumenti di lavoro può accelerare procedimenti spesso lentissimi. “L’innovazione tecnologica può offrire un contributo molto significativo, soprattutto nella gestione dei fascicoli, nella circolazione delle informazioni e nel coordinamento tra magistratura di sorveglianza, istituti penitenziari, servizi sanitari e uffici dell’esecuzione penale esterna” riprende Conti. “Fascicoli pienamente digitali, sistemi interoperabili, notifiche tempestive e accesso immediato alla documentazione potrebbero ridurre ritardi che, nell’esecuzione penale, incidono direttamente sui diritti delle persone. Anche le udienze da remoto, quando utilizzate in modo appropriato e senza compromettere il diritto alla difesa e la partecipazione effettiva dell’interessato, possono facilitare alcune attività.
In questa prospettiva il Garante è parte attiva di un progetto, unitamente al Dipartimento dell’innovazione tecnologica del ministero della Giustizia, che ha quale obiettivo la creazione del fascicolo digitale delle persone detenute, finalizzato allo snellimento delle procedure e alla riduzione dei tempi di attesa delle decisioni della Magistratura. Siamo consapevoli” precisa “che la tecnologia, tuttavia, non può sostituire la valutazione individuale del magistrato né trasformare decisioni delicate in procedimenti automatici. Gli strumenti di intelligenza artificiale possono supportare l’organizzazione e la ricerca documentale, ma devono essere trasparenti, verificabili e sottoposti al controllo umano. La digitalizzazione deve inoltre procedere insieme alla formazione del personale, alla protezione dei dati e al superamento delle disuguaglianze tecnologiche tra uffici e territori. Altrimenti si rischia di trasferire nel digitale inefficienze già esistenti. La mia riflessione personale è che la tecnologia è giusta quando restituisce tempo alla relazione e alla decisione responsabile. Se velocizza la trasmissione di un documento, consente al magistrato di conoscere meglio la persona; se invece riduce la persona a un punteggio, produce una nuova forma di disumanizzazione”.
Dipendenze e doppia diagnosi, ovvero la compresenza, nello stesso detenuto, di un disturbo psichiatrico e di un disturbo da uso di sostanze quali alcol, droghe o farmaci. Una sfida sanitaria e sociale non più rinviabile. Per Conti: “Il carcere accoglie un numero rilevante di persone con bisogni sanitari, psicologici e sociali che richiedono interventi altamente specializzati. La difficoltà principale consiste spesso nella frammentazione delle competenze: servizi sanitari, amministrazione penitenziaria, servizi per le dipendenze, dipartimenti di salute mentale e realtà territoriali non sempre riescono a operare in modo pienamente integrato. Sono fondamentali una valutazione precoce al momento dell’ingresso, la predisposizione di un progetto terapeutico individualizzato e la continuità delle cure durante i trasferimenti e dopo la scarcerazione.
La fase del ritorno sul territorio è particolarmente delicata” rileva la penalista, aggiungendo che “l’interruzione dei trattamenti o la mancanza di un’abitazione e di una rete di sostegno possono aumentare il rischio di ricadute, marginalità e nuovi comportamenti illeciti Per molte persone con dipendenze e disturbi psichici, inoltre, occorre verificare con attenzione se il carcere sia realmente il luogo più adeguato. Quando ne ricorrono le condizioni, percorsi terapeutici territoriali e misure alternative possono risultare più efficaci sia sul piano sanitario sia su quello della prevenzione della recidiva.
Affrontare la doppia diagnosi” conclude “significa quindi superare una logica esclusivamente custodiale e costruire una presa in carico integrata, stabile e personalizzata. Personalmente ritengo che, in questo ambito, sia particolarmente importante superare ogni giudizio moralistico. La dipendenza non elimina la responsabilità individuale, ma non può essere affrontata come una semplice mancanza di volontà. La persona deve essere chiamata a partecipare attivamente al proprio percorso terapeutico, senza essere abbandonata alla malattia o identificata con essa”.









