di Jonathan Bazzi*
Corriere della Sera, 2 marzo 2025
Evito di uscire di casa da mesi: ordino la spesa, faccio yoga online, uso lo smartphone 10 ore al giorno. Non posso dire di esserne scontento: per un verso, è esattamente quello che voglio. Solo che, quando parliamo di equilibro e salute mentale, forse non ci rendiamo conto dell’influenza che la solitudine autoimposta, desiderata, ha sulla nostra vulnerabilità. Da alcuni mesi evito di uscire di casa. Senza che lo decida davvero, le giornate iniziano, finiscono ed è successo di nuovo. Un tempo, persino durante la pandemia, odiavo anche solo l’idea di un giorno trascorso totalmente al chiuso: avevo bisogno di muovere il corpo, cambiare scenario.
Non è più così: il bisogno dell’attività fisica rimane, ma ho scoperto che posso sopperire anche a quello nei miei cinquanta metri quadrati. Lavoro a casa ormai da anni, ma prima andavo al supermercato, frequentavo le lezioni di yoga e di altre discipline che mi incuriosivano. Avevo un ritrovo fisso con gli amici per l’aperitivo, nel fine settimana tornavo a pranzo da mia madre. Ora ordino la spesa, e persino i farmaci, a domicilio, seguo corsi online, faccio i saluti al sole incastrato tra il tavolo e il divano, rimando appuntamenti e uscite fino a dimenticarmene, interagisco con la mia famiglia d’origine nel gruppo WhatsApp, nonostante ci separino venti minuti di automobile. Mi sento perciò chiamato in causa quando si parla del nostro come di un secolo antisociale, specie in riferimento all’isolamento domestico.
Non posso dire di esserne scontento: per un verso, è esattamente quello che voglio. Ho bisogno di silenzio e tempi lunghi per lavorare, mi piace cucinare il cibo che mangio, scegliere se questo articolo preferisco scriverlo sdraiato sul tappeto o rannicchiato tra i cuscini, alle cinque del mattino o alle undici di sera. Solo che, quando parliamo di equilibro e salute mentale, forse non ci rendiamo conto dell’influenza che la solitudine autoimposta, desiderata, ha sulla nostra vulnerabilità. Molte delle persone che ho intorno sembrano orientate dallo stesso obiettivo: stare il più possibile ritirate, protette nel santuario privato di casa propria, col partner, magari il cane o il gatto, in una specie di cura di sé a oltranza e senza obiettivi precisi. Una sorta di estensione della sindrome della capanna di cui si parlava negli anni del Covid. Se il lavoro costringe a uscire, si sognano alternative, mentre il tempo libero diventa ostinatamente sedentario. Altrimenti ci si avvinghia allo spazio domestico con bramosia totalitaria. Su TikTok va di moda celebrare quando qualcuno con cui hai un appuntamento annulla l’incontro: è una gioia che capisco benissimo. E meno usciamo, meno siamo disposti a uscire. I nostri desideri, però, non sono sempre lungimiranti: tutto questo, a lungo andare, ci rende più forti o ci indebolisce?
Spesso ricorriamo - ricorro - alla scusa del meteo: il freddo d’inverno, il caldo d’estate. Vogliamo stare a casa, in una separazione che è fisica ma, all’apparenza, non radicale, dato che viviamo con lo smartphone in mano. Gli esperti dicono che la comunicazione digitale inibisce la ricerca di contatti diretti: la voglia di vedersi dal vivo, nell’iperstimolazione della messaggistica, retrocede sempre più sullo sfondo. Smettiamo di sentirne il bisogno. La sezione apposita del telefono mi informa che ho una media giornaliera di utilizzo pari a 10 ore e 24 minuti: il 17% in meno rispetto alla scorsa settimana (ci sto lavorando). Sullo smartphone faccio molte cose, compreso sentire amici e conoscenti. Dalle sei del mattino a mezzanotte, in un flusso ininterrotto di link, video, sticker e meme. Se vogliamo passare così tanto tempo da soli è perché, oggi, non ci sentiamo mai davvero tali: lo sciame social ci segue dappertutto, i contatti sono intensi, sebbene confinati allo schermo.
Gli altri, in questa modalità mediata, sono spettri che ci attivano o intristiscono, esaltano o inquietano, ma sempre in modo controllato. La presenza altrui è resa, in teoria, meno ingombrante dall’incorporeità: la separazione dovrebbe allentare l’ansia da prestazione sociale - fino a passare intere giornate in pigiama, il cosiddetto goblin mode -, e permette anche di concentrarsi su sé stessi. Casa, comfort e cura di sé compongono una costellazione ricorrente in questo isolamento digitalmente affollato. Girano sempre molto, in rete, i contenuti sulla morning routine, l’insieme di pratiche - igieniche, alimentari, mentali, creative - da destinare al mattino, quando nessuno ci può disturbare. Ma lo sguardo dell’altro - anche quando si parla di attività fisica, skin care o meditazione - rimane centrale, come modello o risultato da raggiungere, motivo di potenziale affossamento dell’umore. Passiamo ore a controllare allo specchio l’effetto delle creme anti-age o i risultati anatomici dei nostri workout, se abbiamo un qualche ruolo pubblico cerchiamo il nostro nome in loop su Google per scoprire che si dice di noi. Nella loro assenza materiale gli altri ci condizionano molto più che in passato, in modo più frenetico, normativo, spietato: il nostro isolamento non rinuncia davvero alla socialità, la rimanda di continuo, e si modula, ansiosamente, al suo cospetto.
Se viviamo, come ha scritto Derek Thompson sulla rivista americana The Atlantic, nel secolo più solitario, è perché abbiamo ingigantito virtualmente l’altro: mentalizziamo a tal punto il contatto che cerchiamo di procrastinarlo il più possibile, o almeno recintarlo in spazi prevedibili. Nel frattempo, fissiamo appuntamenti con psicoterapeuti e psichiatri (sempre più spesso online), o cerchiamo di darci una routine nutrizionale o di meditazione, magari seguendo video o scaricando un’app. C’è chi ha coniato la definizione di monaci secolari: tanti iniziano a gestire le tensioni quotidiane con regole e pratiche più o meno esotiche, sperimentando una disciplina dopo l’altra, in una costante e solitaria ricerca di equilibrio. Veniamo scossi dai contatti da remoto e tentiamo di prenderci cura di queste turbolenze sempre rimanendo in disparte. L’obiettivo principale delle mie giornate, al momento, è quello di spuntare le caselle delle due sessioni di meditazione trascendentale previste dall’app che l’insegnante mi ha fatto scaricare al corso introduttivo: a volte temo di aver incanalato le mie disfunzioni in un’ulteriore dinamica troppo privata. Le pratiche introspettive sono fondamentali, ma per molti di noi il rapporto con l’altro continua a essere destabilizzante, e c’è tutto un sistema che ci fornisce gli strumenti - e gli alibi - per evitarlo.
Sentiamo che la soluzione alla nostra inquietudine arriverà dalla protezione dei nostri confini, dall’autodeterminazione solipsistica: in un mondo percepito come ostile, concentriamo le nostre vite nell’aggiustamento domestico. Qualche mese fa alla psicoterapeuta ho detto che è come avere tanti soldatini disposti sui confini individuali, una schiera di sentinelle abbarbicate sul perimetro dell’identità. Tanto a casa ci arriva tutto, possiamo fare tutto: mangiare, curarci, studiare, conquistare diplomi e attestati, fare shopping e fare attivismo, appagare la libido o guadagnare con quella altrui, seguire in video-call maestri spirituali, recitare mantra con persone da tutto il mondo. Istigato dall’algoritmo, che ormai conosce tutti i miei punti deboli, spendo i miei risparmi comprando vestiti che non indosso, dato che evito le occasioni in cui potrei metterli. A tanti amici accade lo stesso: tanto poi ci si rivende tutto sull’app per l’usato. L’economia moderna ha sempre meno bisogno delle nostre interazioni dal vivo: ci invita all’introversione, qualcuno dice all’agorafobia.
Le nostre case si fanno infestate: raggiunti da frammenti bidimensionali delle vite altrui, rischiamo di rimane bloccati in un pulviscolo di proiezioni e pensieri fissi, sospetti, invidie e fantasie disfunzionali. Virginia Woolf, in un saggio del 1930, Passeggiando per le strade di Londra, descrive l’oppressione paralizzante della propria identità, figlia della casa e dei suoi oggetti, “che esprimono senza sosta la stranezza del nostro temperamento”. Basta un pretesto qualunque però, come quello di dover acquistare una matita nuova, per uscire, spezzando il cerchio chiuso del sé: “Appena usciamo di casa, ci leviamo di dosso l’io che i nostri amici conoscono, diventando parte di quel vasto esercito di pedoni anonimi”. Nel contatto diretto, anche silenzioso, i sensi e l’immaginazione si attivano diversamente, come se non fossimo più incatenati a una mente sola, e potessimo, per un po’, uscire da noi: “Quella specie di conchiglia che la nostra anima ha secreto per avere una forma propria, diversa dalle altre”, scrive Woolf, “viene infranta, e di tutte quelle pieghe e durezze non rimane al centro che un’ostrica di percezione, un enorme occhio”. Uscire di casa, per Woolf, è una liberazione, perché la sua identità le era diventato un peso.
È possibile che il nostro sguardo si irrigidisca nella ricerca di un benessere che ci aspettiamo di ottenere in un solo e unico modo. Anche l’insofferenza, acuta ma impietrita, verso le nostre abitazioni, effettivamente sempre più piccole e costose, a causa della speculazione immobiliare, ha forse un legame con questa segregazione volontaria che si illude di poter raggiungere la felicità individuale lasciando che il fuori - troppo grande, troppo complicato - resti com’è. Parliamo così tanto di case anche perché sembra non ci resti nient’altro?
“Io, autorecluso senza averlo davvero deciso, tengo a bada l’inquietudine lasciando che il fuori resti com’è”
Accorgersi dei fili che legano il proprio dolore privato a quello degli altri è una necessità impellente, la sola possibilità di invertire il corso delle cose. Se i comfort deformano la nostra prospettiva, c’è bisogno di uno scatto, critico e sentimentale, che elevi il nostro desiderio più in alto della sola autoprotezione. A partire dal rapporto col tempo e lo spazio, e dal rischio. Le case di cui abbiamo parlato finora sono anche metaforiche: viviamo in un tempo a bassissimo tasso di creatività, sempre meno persone sentono di potersi permettere di lasciare le stanze note per inoltrarsi verso significati e storie ancora da scoprire. Eppure, siamo molto più di questo: viene da pensare all’Alice di Lewis Carrol inscatolata nella casa del Bianconiglio, con braccia e gambe che spuntano da porte e finestre. È un po’ così che rischiamo di finire: talmente sulla difensiva, e appartati, da contrarre la tana fino a renderla la tagliola nella quale diventiamo la più facile delle prede.
*Scrittore











