di Michele Passione*
La Stampa, 10 maggio 2024
Gentile direttore, sul quotidiano da Lei diretto nella giornata di ieri Donatella Stasio ha definito le carriere separate un attacco alla democrazia, rivolgendo un insistito invito agli “avvocati democratici” a “difendere la magistratura”. Non ho alcun ruolo per prendere posizione sulla proposta di legge avversata, ma mi preme consegnare alcune considerazioni rispetto a quanto ho letto. La prima: l’articolo prende le mosse dal rilievo che si tratterebbe di una battaglia vecchia e portata avanti in chiave punitiva dalla destra (vecchia e nuova).
Così facendo, appare subito chiaro come venga confuso il merito della proposta, la si condivida o meno, siccome sovrapposto a logiche totalmente estranee agli avvocati penalisti. Però, siccome ho premesso di non poter parlare a nome altrui, aggiungo solo che per chi mi conosce (pochi, lo so) è noto come la sola idea di essere accostato alla destra di questo Paese faccia sorridere, anche in relazione agli altri temi (premierato forte, autonomia differenziata) che l’articolo evidenzia, proponendo una sineddoche che non riesco a condividere. La seconda: sono d’accordo sul fatto che la separazione delle carriere sia non solo una questione tecnica, ma politica, sol che si attribuisca alla parola il senso nobile a cui la giornalista fa riferimento in premessa. Trattandosi di modifica costituzionale, sarebbe difficile negarlo. La Politica è una cosa preziosa, guai ad attribuirle altro significato. Del resto, è noto; liberatosi dalla dittatura il Portogallo ha fatto esattamente questo, separando ciò che qui si vuol tenere insieme (e ponendo il pm al riparo dall’esecutivo, come invece era previsto negli anni bui della sua storia). La terza: non comprendo come possa darsi relazione tra le censure in Rai, lo stallo indecente per l’elezione di un Giudice della Consulta (secondo logiche proprietarie che sfuggono al bene comune e rivelano, queste si, un manifesto attacco alle regole costituzionali) e la separazione delle carriere. Non capisco, ma il limite è mio, quale sia la relazione tra l’abitudine a difendere i diritti e le libertà di tutti, “a partire dalle minoranze”, e il dovere di difendere la magistratura per la funzione di garanzia che svolge. La magistratura non è minoranza e non viene affatto attaccata dai penalisti; non vive in una riserva indiana, e anzi trova suoi rappresentanti in tutti i luoghi di rappresentanza e potere (in primis, con i suoi tanti fuori ruolo nei vari dicasteri, soprattutto alla Giustizia, esperienza che davvero non ha eguali).
Di più; è noto come l’Anm si sia di recente rifiutata di condividere un’iniziativa legislativa avanzata in materia di liberazione anticipata speciale, che l’Ucpi aveva proposto di portare avanti. Per inciso, il biglietto di ingresso in carcere è affare del Giudice, a proposito di tutela delle minoranze (e a tutti è noto il passaggio ormai conclamato dal welfare sociale a quello penale; basterebbe andare in carcere e vedere da chi è composta in maggior parte la popolazione detenuta, ma non risulta che sia un’esperienza molto praticata da chi non fa l’avvocato).
La quarta: la sollecitazione ad andare in piazza quando la Democrazia è in pericolo non ha bisogno di spinte particolari. In risposta a chi voleva il processo infinito (imputati a vita) gli Avvocati hanno detto la loro per giorni, per strada, e in mille occasioni sono andati nei luoghi dove nessuno mette il naso (galere, cpr, opg, rems, spdc, etc.) in splendida solitudine. La quinta: attendant Godot abbiamo consentito che il reato di tortura per decenni non venisse introdotto e gli opg custodissero persone povere e abbandonate al loro destino, minoranze delle minoranze. Qualcuno (un giudice) ha chiesto alla Corte di tornare indietro, consentendo al ministro (“separazione” anche questa?) di riempire di nuovo le rems. La risposta è nota, e per fortuna discorde. Il refrain infinito per cui non è questo il momento deve cedere il passo alle ragioni del dibattito pubblico, politico, su cui può esservi ovviamente dissenso, ma non malcelata confusione. Qualche giorno fa a Firenze si è tenuto un convegno all’Università degli studi: Dicono di noi. Gli avvocati visti da fuori. In quella sede Donatella Stasio ha accennato alle cose più diffusamente scritte qui, e del resto il suo pensiero è noto. È certo che la prospettiva dello sguardo dei nostri osservatori sul nostro incedere, agire, raccontarci, sia diversa dalla percezione che abbiamo di noi stessi, diversi come siamo, peraltro, gli uni dagli altri (diecimila i penalisti iscritti all’Ucpi). Può darsi che si debba guardare alle ragioni del nostro dire, interrogandoci sul linguaggio, sui tempi e sui modi della nostra azione e narrazione. Ma credo sia davvero impossibile pensare che un avvocato debba rinunciare a dire la sua (o dirla solo in un modo), anche per le ragioni specularmente esposte da chi mi ha preceduto sul tema da questo giornale, che ringrazio per aver ospitato questa risposta periferica.
*Avvocato











