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di Bernard-Henri Lévy*

La Stampa, 25 maggio 2025

Gerusalemme è l’unica Israele non negoziabile, lo ricordava Amos Oz coi Giusti del Talmud. Israeliani e palestinesi non devono avere la stessa lingua, così guardo allo strazio dei morti. Il Vaticano, quante divisioni? È la domanda, impossibile da non porsi, dopo la messa inaugurale del nuovo pontefice - domenica 18 maggio - di fronte alle immagini del presidente Zelensky che parla con il vicepresidente americano JD Vance. Quello stesso JD Vance che, soltanto due mesi prima, l’aveva trattato con grande insolenza nello Studio Ovale. Quello stesso rozzo individuo che aveva tentato di umiliare, e quasi cacciare dalla Casa Bianca, il Churchill ucraino.

E lì, all’improvviso, quella stretta di mano all’apparenza calorosa... Quel sorriso mellifluo… Quello sguardo rilassato e quasi estasiato, in qualche altro scatto, alla presenza di Leone XIV… Forse, se si deve credere a fughe di notizie che non sembrano provenire da Kiev, si tratta dell’inizio di un’inversione di rotta o, in ogni caso, di un ribilanciamento della posizione americana… Alcuni parleranno di miracolo. O di potere dello Spirito Santo. Oppure, come alcune settimane fa, in occasione del funerale di Papa Francesco e dell’incontro estemporaneo tra lo stesso Trump e Zelensky, di una spiritualità misteriosa che opera negli affari del mondo.

Più di ogni altra cosa, qui si può osservare che Giambattista Vico non ebbe torto, nella Scienza nuova, a vedere nel Vaticano una delle capitali dove si mantengono ancora il senso e il gusto dei tempi lunghi. E neanche Machiavelli si sbagliò quando, ai tempi della lotta tra Guelfi e Ghibellini, rifletté che quella era la città dove, in larga misura, si inventa quella “nobil arte” che è la diplomazia. Resta da capire se fra Trump e Putin c’è o meno un accordo in grado di resistere a tutto - ivi comprese la saggezza, la bontà e l’ambizione di un sommo pontefice americano. Vedremo.

Non dimentichiamo che lo stesso JD Vance era venuto alla Conferenza di Monaco a redarguire gli europei, a impartire loro una lezione di libertà d’espressione, ad argomentare, in verità, a favore dei partiti populisti, sovranisti o fascistizzanti che da alcuni anni sono impegnati a demolire il lascito di Jean Monnet, di Robert Schuman e di Alcide De Gasperi. Prima di ogni altro, il partito tedesco AfD. Senza dubbio, il francese Rassemblement National. Vance, tuttavia, in quella occasione aveva insistito in particolare sul caso della Romania dove, alcuni giorni prima, erano state invalidate le elezioni per la presidenza nelle quali il candidato di estrema destra, aiutato da un’ingerenza russa a 360 gradi, aveva appena vinto il primo turno.

Uno scandalo, l’aveva definito Vance. L’ingerenza vera è quella delle “agenzie d’intelligence”, aveva insistito, dei “vicini continentali” della Romania… Ed Elon Musk, allora al culmine della sua influenza, su X aveva rincarato: “La Romania ha diritto alla sua sovranità!”. E Pavel Durov, sulfureo fondatore di Telegram, aveva insinuato, alla vigilia delle elezioni, che era la Francia di Emmanuel Macron a intromettersi. Ebbene, le elezioni si sono svolte.

L’altra bella notizia è la seguente: sostenuto da una mobilitazione senza precedenti e caratterizzata da un’affluenza record, alla fine il candidato centrista e filoeuropeo ha vinto. Il popolo contro i social. Il partito di Zelensky contro quello di Putin e Trump. E, di fronte al disfattismo europeo, lo spirito dell”89, il nostro, quello di ben trentacinque anni fa, quello della caduta del Muro di Berlino e, come diceva Milan Kundera, della liberazione dell’Europa prigioniera. È meglio di una bella notizia: è una vittoria.

Sono stato a Gerusalemme, per inaugurare il Festival Internazionale degli Scrittori. Avevo disdetto, due mesi fa, la mia partecipazione a una conferenza contro l’antisemitismo, dove avevo capito che sarebbero stati onorati i rappresentanti di questa estrema destra che sostiene Vance e Putin e contro cui io cerco di combattere sempre e ovunque. Ragione di più, dunque, per onorare questo appuntamento e tornare a ribadire, come faccio ogni volta che me ne è offerta l’occasione, il mio attaccamento a Israele e a questa pietra bianca di Gerusalemme che, come diceva Benny Lévy, mi rasserena e mi rende felice.

Il respiro di Gerusalemme… Queste colline che, un mattino di oltre cinquant’anni fa, si sono palesate ai miei occhi per la prima volta… Questo cielo che, come diceva Joseph Kessel, non è mai per davvero sopra le teste, ma a destra, o a sinistra, o più in basso, o più in alto… Questo muro di tutte le lacrime che, in quello stesso periodo e per la prima volta, ho visto con gli occhi febbrili del generale Moshe Dayan che l’aveva appena liberato… I miei ricordi di Benny Lévy che fonda, con Alain Finkielkraut e il sottoscritto, un Istituto di studi Levinassiani…

Il grande intellettuale Yeshayahou Leibowitz che mi spiega che Gerusalemme è una città di preghiera per le Settanta Nazioni e al contempo l’unica di Israele ontologicamente non negoziabile… Amos Oz, membro fondatore della “La règle du jeu” (“La regola del gioco”), che medita sul senso della parola del Talmud secondo cui due Giusti - per esempio un israeliano e un palestinese - “non necessariamente parlano la stessa lingua”… E Gaza? E i due ministri di estrema destra del governo Netanyahu? E le strazianti immagini dei morti civili palestinesi? Non ho mai smesso di parlarne dal primo giorno di questa guerra, voluta e portata avanti dai pogromisti di Hamas sequestratori di ostaggi. E men che mai intendo sottrarmi adesso.

*Traduzione di Anna Bissanti