di Alessandro Cannevale*
Il Dubbio, 28 gennaio 2025
La soluzione: estendere all’intero processo ogni nullità provocata dalla violazione delle garanzie difensive. Io non ricordo perfettamente i miei lunghi anni di servizio, solo le cose buffe. Me n’è tornata in mente qualcuna leggendo le parole del ministro Nordio sui “fascicoli clonati” e sulle “indagini occulte ed eterne”, ovvero sull’uso improprio dei vari registri sui quali le procure della Repubblica dovrebbero iscrivere, non appena possibile, il titolo dei reati per i quali procedono e i nomi degli indagati, perché da quel momento decorrono i termini massimi di durata delle indagini. Alla fine del secolo scorso, si parlò tanto del Fascicolo-Contenitore della procura di Milano. Io ne ricordo perfettamente il numero: 9520/95 contro ignoti. Somigliava al cilindro di un prestigiatore o a una prestigiosa botte di rovere: ne uscivano, come colombe svolazzanti, indagini invecchiate il giusto, di buona beva.
Ogni volta che volava una colomba, persone anche troppo note (in tutti i sensi), da tempo oggetto dell’amorevole attenzione degli inquirenti, venivano iscritte nel registro degli indagati in un fascicolo nuovo di zecca, e i termini per le indagini ripartivano da zero. Da noi, a Perugia, ce ne arrivò uno che sapeva di tappo: era destinato all’archiviazione. Si sa che molti primari mandano i moribondi a spirare in un altro reparto.
Poco dopo, mi sembra di ricordare, a Perugia qualcuno trasformò le iscrizioni nel registro degli indagati nel gioco delle tre carte. In quel gioco, i mazzieri più abili ne sanno fare di ogni: tenersi un fascicolo di altri perché serve alla carriera, intercettare un parlamentare indagando un suo amico, instaurare indagini parallele, tenere sotto scopa il titolare dell’azione disciplinare indagandogli il fratello, indagare su fughe di notizie da loro stessi provocate. Il procuratore capo Nicola Miriano accentrò su di sé il controllo delle iscrizioni e riferì al Csm. Fu solo lui a essere sanzionato, gli era uscita una frase scortese. Altri galantuomini, come Archie Miller e Gianfranco Mantelli dell’Ispettorato, hanno segnalato il fenomeno delle iscrizioni anomale. Risultati? Tanti potenti nemici. Anche più di recente mi sono imbattuto in casi di uso bizzarro dei registri degli indagati. Due esempi: nel 2017, la procura di Firenze riceve due esposti anonimi su una pervasiva corruzione ambientale del Tribunale fallimentare di Perugia, che coinvolgeva due magistrati.
L’art. 333 del codice di procedura penale vieta qualsiasi uso processuale degli anonimi, ma la procura di Firenze acquisisce i tabulati telefonici degli accusati e compie indagini sui loro patrimoni. Non vengono iscritti né gli indagati né le ipotesi di reato, come se una procura della Repubblica raccogliesse simili informazioni non per accertare reati ma, per… boh, non so, per indagini di mercato? Non ne esce nulla ma, due anni dopo, ‘ sta roba viene depositata al gup in un maxi fascicolo a carico di uno dei due magistrati diffamati e di molti professionisti. Così quelle informazioni sensibili, che in parte riguardano persone estranee al processo, sono diffuse fra imputati, persone offese e difensori. Analoga diffusione ricevono gustose informazioni su persone estranee alle indagini, emerse dalle intercettazioni: a quanto pare, un medico ha raccomandato il figlio di un carabiniere per farlo studiare in Albania, un altro medico si è fatto pagare in contanti, due magistrati si sono permessi commenti irriguardosi sulla procura di Firenze. Le birbonate di questi cattivoni non potevano essere oggetto d’iscrizione, perché non erano reati, ma lo sputtanamento non richiede iscrizioni.
Torniamo a Perugia, dove un bel giorno viene indagata una persona per una fuga di notizie. Per scoprire a tutti i costi cosa sia avvenuto in un certo incontro al quale quella persona ha partecipato, il pm interroga il suo difensore. Quando il difensore oppone il segreto professionale, il pm sostiene che è stato opposto indebitamente. L’art. 200 del codice di procedura gli consentirebbe solo di compiere accertamenti e, se del caso, di ordinare all’avvocato di deporre. Lui invece lo ammonisce: si riserva di valutare se ha commesso un reato (intralcio alla giustizia? Lesa maestà?). Questa bella pagina di giustizia penale, però, non entrerà mai nel fascicolo a carico della persona indagata. La quale decide di patteggiare, indovinate perché.
Giunto al fin della licenza, dico la mia sul problema, al quale la legge Cartabia ha opposto un rimedio troppo timido. Suggerisco di importare il principio del fruit of poisoned tree ed estendere all’intero processo, senza limiti né condizioni, ogni nullità provocata dal mancato rispetto delle garanzie difensive o dei termini di durata delle indagini. Quanto ai magistrati che mostrano di ignorare la legge (in tutti i sensi), più che separare le loro carriere da quelle di altri sarebbe il caso di stroncargliele, invitandoli cortesemente a servire la Giustizia su poltrone meno impegnative.
*Avvocato, ex magistrato, già procuratore della Repubblica a Spoleto e Urbino










