di Maurizio Maggiani
La Stampa, 1 giugno 2026
Devo tutto all’ordine nato il 2 giugno. In passato bombe, terrorismo, mafia e depravazioni politiche hanno attentato alle sue basi. Oggi i rischi arrivano dalla scuola e dalla nuova legge elettorale. Sono un repubblicano, un figlio della Repubblica. Sono stato messo al mondo nella miseria e nella promettenza, la miseria era ciò che restava di tutto quello che non sarebbe mai più potuto accadere, la dittatura, la guerra, la Repubblica ne era la promessa, il giuramento. A quel giuramento aderirono con incondizionata fiducia anche l’operaio e la contadina che mi hanno generato; andarono tutti e due a votare Repubblica lui con la coccarda di Combattente per la Libertà, lei con una piccola croce di stagno al collo, quella, minuscola, d’oro gliel’avevano portata via le camicie nere, la presero a schiaffi perché era una traditrice, l’oro andava donato alla patria fascista per tempo.
Sono nato nella stanza che prendeva più luce in una casa che ancora era segnata da due anni di combattimenti sulla Linea Gotica; mi è stato raccontato che in quella stanza dei miei natali si era per tempo ridipinta più e più volte la parete dove allignava indelebile la traccia di un proiettile di mortaio fortunosamente inesploso, perché non fosse quell’immonda traccia la prima cosa che potessi vedere, a cavar via il proiettile era stato un prozio molto rispettato in paese per la sua radicale fede mazziniana, solitario portabandiera della minuscola brigata di Pensiero e Azione, di mestiere era un fuochino, il cavatore addetto alle mine.
Del proiettile aveva fatto un vaso da fiori che faceva la sua bella figura sul tavolo di cucina, l’esplosivo lo conservava in luogo segreto per un non si sa mai; era così ben scelto quel nascondiglio che sul letto di morte consegnò agli eredi il compito disperato di cercarlo dove lui non ricordava più dove, la Repubblica ancora bambina stava facendo pulizia di macerie anche nella testa dei suoi padri.
La Repubblica mi ha dato molto di ciò che era stato promesso dai repubblicani fondatori, i repubblicani del 25 Aprile del 1945, la mia gioventù è stata la sua giovinezza, e sì, mi ha concesso di vivere in promettenza, mi ha istruito, mi ha curato, mi ha preservato dalla miseria. Non posso dimenticare come la mia generazione ha potuto nel crescere salvarsi dalla tubercolosi, dal vaiolo, dalla polio, come ha potuto per la prima volta nella storia, e non credo solo nella storia di questo Paese, studiare in massa fino all’istruzione superiore, e come un operaio abbia potuto nutrire la sua famiglia fino alla sazietà e condurla in una vita colma di dignità.
Ma la Repubblica non è un decreto affisso all’albo pretorio, la Repubblica è vita, la vita di tutti coloro che accettano la sua cittadinanza; la Repubblica fondata sul lavoro ha per ragione di vita i lavoratori, la Repubblica fondata sui diritti inalienabili e i doveri ineludibili ha per linfa vitale l’assunzione dell’universale responsabilità individuale e comune. Chi accetta il patto repubblicano, si assume la responsabilità di esserne il sovrano guardiano, il tutore, il militante; la Repubblica è una creatura vivente, dunque è fragile, è delicata, ha i suoi nemici.
I nemici della Repubblica sono stati sin dalla sua infanzia molti, potenti e recidivi, incistati persino nel suo cuore. La Repubblica ha dovuto difendersi dalle bombe, dai colpi di stato, dal terrore politico e mafioso, dalle depravazioni dei suoi principi fondanti, ha lasciato sul campo non pochi dei suoi più fedeli servitori, ma ha sempre avuto nei suoi guardiani l’ultima e la decisiva difesa. E li ha ancora i suoi temibili nemici, e ancora nel suo cuore.
Non sono ora le bombe che fanno strage di vite, ma gli attentati politici ai suoi pilastri di fondazione che fanno strame della sua vitalità. La prossima legge elettorale, ad esempio, l’accaparramento dei poteri, la cancellazione degli ultimi lembi di sovranità popolare già ampiamente corrosa dalle precedenti riforme elettorali; la governabilità è un potente nemico della Repubblica, la governabilità brandita come un’ascia per decapitare la cittadinanza attiva, l’elettore privato della sua sovranità nella scelta delle sue rappresentanze ridotto a oggetto di una pratica burocratica. In nome della governabilità è del tutto irrilevante se a votare vada solo una élite, l’importante è che quella élite sia portatrice di interessi che garantiscano il mantenimento del potere a chi ce l’ha già. Ma il nemico più fetente è la volontà di deprimere, avvilire, mortificare e infine levarsi di torno la nuova generazione. O sarà la generazione a venire a farsi guardia repubblicana o la repubblica non sarà, non questa.
Se c’è un fatto da considerare sugli esiti del recente referendum costituzionale è che una nuova generazione esiste, nonostante tutto esiste e anche se allontanata e relegata, è presente, utilizza l’ultimo residuo di sovranità e decide per la Repubblica. A questo governo si pone il compito di un duro lavoro di repressione e compressione, di rieducazione. Gli strumenti vi sono, ma più che quelli di pubblica sicurezza, è fondamentale la revisione del sistema educativo, la scuola, a partire naturalmente dalla necessità più urgente, sistemare i conti con l’istruzione superiore.
Dovremmo tutti noi repubblicani fare la fatica di leggerci le linee guida al riguardo che il ministero ha emanato per il prossimo anno scolastico. Chi le giudica un’emulazione della riforma Gentile del ‘23 del secolo scorso, la più fascista delle leggi a detta di Benito Mussolini, pensa una sciocchezza; Gentile era un grande intellettuale che si diede al fascismo, queste linee guida sono frutto di un’intenzione non dissimile ma realizzata con rara sfrontatezza intellettuale e lessicale.
Un esempio? Si afferma contro l’universalismo pericolosamente indotto dalla presenza di studenti provenienti da “contrade” aliene la preminenza su ogni altra della storia patria e occidentale, formatrici del mondo, di lex e ius, di scienza e legge, e infine la superiorità de “il concetto di storia che è il nostro”.
Come se non fossimo debitori da quattromila anni alla civiltà siriana di Ugarit del sistema di scrittura alfabetico, come se non lo fossimo per un sistema politico rispettoso dei diritti individuali, compresa la libertà personale, al Cilindro di Ciro il Grande, come se potessimo fare a meno del sistema di numerazione arabo, mutuato a sua volta da quello indiano, che per altro ci ha dato lo zero, e senza lo zero non avrei neppure da scrivere su questo computer. Ma lasciamo perdere.
La riforma degli istituti tecnici ripropone di fatto l’avviamento al lavoro, lasciando perdere una dispendiosa educazione paritaria, la scuola torna rigidamente classista, e così a quegli istituti gli si toglie un anno e vi sono radicalmente ridimensionate le materie genericamente umanistiche, ad esempio non si insegna più lingua e letteratura italiana ma solo la lingua, la letteratura può far venire strane idee a chi deve andare a lavorare senza fare storie. Per la élite liceale il progetto del programma di storia è revisione e smemoratezza, lo strumento essenziale, da sempre, per ricondizionare una generazione.
Alcune perle: nel novembre del ‘17 in Russia non c’è stata una rivoluzione ma un colpo di stato - per altro la suggestione è proprietà di Vladimir Putin - la marcia su Roma è frutto dell’abilità tattica di Benito Mussolini, degli anni 70 vanno ricordate diverse conquiste sociali ma non il diritto all’interruzione volontaria della gravidanza, quegli anni furono segnati dal terrorismo e dal delitto Moro ma non dallo stragismo e dalle connivenze dei poteri politici e dei loro programmi di destabilizzazione della Repubblica. È da lì, dalla scuola, che prende slancio ogni nuovo inizio, aveva ragione Benito Mussolini; e è da come la generazione a venire si potrà formare una coscienza civile e una sensibilità umana che sapremo se la Repubblica potrà ancora vivere o si lascerà morire.










