di Riccardo Benotti
Corriere della Sera, 22 agosto 2025
L’accessibilità era un fatto non uno slogan. Nessuno era “aggiunto” all’evento: eravamo tutti parte della stessa esperienza, malati o in carrozzina, con pari dignità e possibilità di partecipare”. Da giornalista in incognito, al Giubileo dei giovani non ho avuto bisogno di mimetizzarmi. La carrozzina, in mezzo a migliaia di ragazzi, mi ha reso uno di loro. Sono partito da piazza di Cinecittà nel primo pomeriggio, insieme a gruppi provenienti da ogni parte d’Italia e del mondo. La strada verso Tor Vergata era un via vai continuo: navette gialle in arrivo e in partenza, volontari che indicavano le direzioni, ragazzi che pregavano, parlavano o semplicemente aspettavano di ripartire.
Lì ci attendeva Leone XIV, ma il vero incontro era già iniziato lungo il cammino. L’inclusione non era confinata in un’area riservata: chi aveva una disabilità poteva muoversi liberamente, scegliere dove stare, restare con il proprio gruppo o avvicinarsi al palco, sempre con la possibilità di trovare supporto e servizi nelle aree attrezzate. Un’impostazione semplice, ma concreta: non solo accessibilità, ma libertà di partecipare secondo i propri ritmi. Ho incontrato frammenti di vita. Elena, mamma di Gloria, collegata a un respiratore, partita da Montichiari: “Mi hanno garantito corrente per il ventilatore e un sollevatore. Ho detto: restiamo”.
Nicola, 40 anni, nato con tetraparesi spastica: “La mia disabilità non è una malattia, è una caratteristica. E fa parte della mia missione”. Maria, madre di Sara, una ragazza con mutazione genetica: “I miracoli non sono solo quelli in cui ti alzi in piedi. Ci sono anche quelli dello spirito”. Era chiaro che l’inclusione non fosse uno slogan, ma un fatto. Nessuno era “aggiunto” all’evento: eravamo tutti parte della stessa esperienza, con pari dignità e possibilità di partecipare. I volontari non erano figure di assistenza, ma compagni di percorso. Poi il silenzio. Centinaia di migliaia di giovani radunati sotto il cielo di agosto, il Veni Sancte Spiritus cantato insieme e il Papa in ginocchio davanti all’Eucaristia per quaranta minuti. In quell’unità silenziosa, le differenze si sono dissolte. L’inclusione non si spiega, accade. Semplice e potente come un gesto che non chiede permesso.











