sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Fabrizio Sinisi*

Il Domani, 18 luglio 2025

La dialettica destra-sinistra degli ultimi anni si può riassumere pressappoco così: da un lato qualcuno dice qualcosa di “scorretto”, e di là qualcun altro s’indigna. È un dispositivo semiautomatico, che va avanti a fasi alterne da una trentina d’anni. Un ingranaggio che, a guardarlo un po’ più dall’esterno, pare il più collaudato gioco delle parti, l’eterna declinazione della stessa scena. Al punto che questa sembra essere diventata l’unica vera formula della vita politica italiana: una pochade grottesca dove a identificare i personaggi non è l’ideologia o la rappresentanza, ma il modo di reagire a certe affermazioni.

A chi importa che la moglie del ministro Adolfo Urso abbia saltato la fila all’aeroporto? A nessuno, evidentemente, se non a coloro che aspirano a saltarla a loro volta; ma consente l’esecuzione di uno schema teatrale: la ribellione dei buoni contro le insolenze dei cattivi. Un meccanismo frusto e consumato, ma da cui sembra impossibile prescindere. L’effetto è quello di una distribuzione di ruoli, dove si ha spesso l’impressione che da destra si facciano certe cose solo per provocarne l’effetto, e a che a sinistra si reagisca ad esse per dovere d’ufficio, quasi che il suo unico strumento di autoidentificazione fosse quel grido querulo e disperato: questo non si può dire, questo non si può fare.

Se il termine più frequentemente associato alla politica è “teatrino”, è proprio perché la vita pubblica italiana sembra ormai legata imprescindibilmente a questo schema, dove da un lato sparano il petardo e dall’altra abbaiano, più o meno a comando, entrambi col dovere teatrale di essere fedeli alla maschera che indossano. Se c’è una scena che riassume efficacemente questa dialettica è quella gag di Che bella giornata di Zalone dove, durante un tipico matrimonio meridionale, il rozzo pugliese Checco introduce la colta maghrebina Farah a contemplare - come fosse un rito segreto - il piccolo mistero che racchiude l’anima arcaica del paese: la vecchia nonna che, prigioniera in un trullo, se ne sta curva a filare la maglia alla luce della lampada, e si addormenta ogni volta che la lampada si spegne.

Checco accende e spegne la lampada a intermittenza, mostrando a Farah come la vecchia donna, schiava suo malgrado di questo riflesso coattivo, si attiva a filare ogni volta che la lampada si accende e si riaddormenta ogni volta che si spegne, inconsapevole del proprio essersi tramutata in un Sisifo comico, prigioniera di un incantesimo perverso da cui non riesce a sciogliersi. Non esiste metafora più azzeccata della sinistra italiana di questa povera vecchia, incatenata senza scampo alla sua azione, così schiava di questo riflesso pavloviano da non riuscire più a smettere di compiere il suo gesto insensato.

“Quello che non si può più dire” - Sembra un duetto collaudato, simile a quello fra Don Giovanni e la Statua del Commendatore che chiude l’opera mozartiana, con la sinistra che urla: “Pentiti!” e il peccatore che risponde: “No! Io non mi pento!”. La stessa espressione “stracciarsi le vesti” proviene, del resto, da un teatrino a sua volta ipocrita e fintissimo, che risale addirittura ai Vangeli: i sommi sacerdoti portano Gesù nel sinedrio e gli fanno pubblicamente quelle domande a cui sanno benissimo come risponderà, col solo scopo di strapparsi le vesti - appunto - e gridare a beneficio terzi: “Ha bestemmiato!”. Quante volte, nella dialettica culturale e politica, vediamo riprodursi questo giochino? Sorprende piuttosto che, a sinistra, non si sia capito che questo dispositivo agisce contro chi lo adopera: non solo perché la gente simpatizza sempre più per chi dice “quello che non si può dire” (qualunque cosa sia) che per chi ne sanziona il divieto, ma anche perché - le leggi del mercato e quelle della psicanalisi lo sanno bene - ogni divieto aumenta il valore di ciò che proibisce. Si può anzi dire che, in molti casi, è il divieto stesso a dare valore a contenuti che altrimenti non ne avrebbero alcuno.

La vicenda Vannacci è un caso scuola: decidendo di trattare un libro infarcito di scemenze e pensierini da scuola media con lo stesso atteggiamento dell’ayatollah Khomeini all’uscita dei Versi satanici di Rushdie, si è riusciti a compiere un doppio, tafazziano miracolo: consacrare sulla ribalta nazionale, contemporaneamente, uno scrittore ridicolo e un politico tremendo, le cui idee (non diverse, né nella forma né nel contenuto, da quello dello zio Pippo al bar del paese), mai avrebbero raggiunto le soglie della percezione.

La funzionalità di questo schema è stata d’altronde talmente così ben capita a destra che è ormai pratica comune rilasciare una dichiarazione controversa per alzare il polverone e distrarre da altri contestuali, spesso più significativi provvedimenti, usando così il riflesso pavloviano dell’indignazione come uno strumento utile alla propria comunicazione.

Ti dici, all’ennesimo trappolone sul manifesto di Ventotene: non ci cascheranno, non abboccheranno anche stavolta. Invece sì, abboccano sempre. Al punto che è lecito credere che quell’indignazione sia qualcosa di più che un’errata strategia di comunicazione: piuttosto, forse, il sintomo di una questione più profonda. Una ferita segreta; una frattura nascosta.

Di cosa sia l’indignazione parla anche un testo di Henry James del 1911, The Outcry. In questo romanzo, tutto ruota intorno al conflitto tra un nobile decaduto inglese, Lord Theign, e un ricchissimo americano, Breckenridge Bender. Il primo, indebitato fino al collo, è costretto a vendere al secondo uno dei più importanti quadri della sua un tempo munifica famiglia. La questione si complica però quando i due non si trovano d’accordo sulla quotazione di mercato del quadro: troppo alta per l’americano, troppo bassa per l’inglese.

La vicenda si allarga fino a diventare di dominio pubblico, coinvolgendo l’intera Inghilterra sul tema del progressivo depauperamento del patrimonio artistico nazionale. L’indignazione è, in questo caso, il sentimento che prova Lord Theign nel constatare quanto scarso sia diventato il distintivo della nobiltà quando esso viene verificato sul mercato. L’indignazione è quindi, per James, il tic nevrotico di chi sente di aver perso un privilegio storico: quello di poter stabilire i valori delle cose. L’indignazione come il gesto frustrato e disperante di chi si accorge di aver perduto il suo privilegio più grande: la gestione del linguaggio. L’indignazione è il sentimento dell’aristocratico costretto a svendere ai barbari il gioiello di famiglia: la sovranità sulle parole.

Ma c’è anche un altro aspetto, su cui ci viene un soccorso un altro romanzo: “Indignazione, di Philip Roth”. In questo libro del 2008, il protagonista Marcus Messner, figlio di un macellaio di Newark, frequenta il Winesburg College in Ohio. Quasi completamente privo di esperienza sessuale, rimane sconcertato quando, al termine del loro primo appuntamento, la ragazza che gli piace - Olivia - gli pratica una fellatio. Nei giorni successivi, Marcus è confuso e imbarazzato. L’episodio non gli è dispiaciuto. Anzi.

Tuttavia, non riesce a togliersi dalla testa che, se una ragazza fa quella cosa - tanto più se al primo appuntamento - dev’essere senz’altro una persona disprezzabile e priva di ogni senso morale. Marcus esita a lungo in questa polarità: da un lato, l’attrazione per Olivia; dall’altro l’indignazione, che come un martello continua a ripetergli in testa che lei non doveva fare ciò che ha fatto. Ma perché “non doveva”? Quando prova a chiederlo a lei, Olivia gli risponde: l’ho fatto per te, pensavo che ti avrebbe fatto piacere.

Roth ci svela la natura profonda dell’indignazione: il sentimento con cui ci accorgiamo di desiderare quello che non vorremmo e che pensiamo non si dovrebbe; l’invidia che proviamo verso chi, più disinibito di noi, mette in atto quello che noi ci vergogniamo di volere; l’aspirazione a ciò che stigmatizziamo.

Superare l’indignazione sarà forse, allora, scoprire una connessione più diretta, più libera con la propria natura e i propri desideri. Traslitterando politicamente: ricollegarsi con la verità del linguaggio, con la realtà del mondo e con i suoi veri desideri. Dismettere la divisa da vigili urbani del discorso pubblico e riscoprire la sessualità cifrata che si nasconde nella politica. E qual è l’equivalente politico dell’atto erotico, a cui la destra occhieggia, e che la sinistra desidera senza ammettere di volere? Il linguaggio del conflitto - il demone erotico che si nasconde, sempre e da sempre, nelle parole della lotta.

*Drammaturgo