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di Michele Brambilla

La Repubblica, 25 luglio 2023

Don Luigi Ciotti e la volontaria di Libera Maria Joel Conocchiella a confronto sul valore della testimonianza civile. Quanti sono i figli spirituali di un uomo di Dio? “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle”, disse il Signore ad Abramo. I figli spirituali di don Luigi Ciotti non saranno numerosi come le stelle del cielo, ma contarli è ugualmente complicato. Per dire: sono tremila solo i ragazzi che si sono prenotati per lavorare quest’estate nei campi di Libera in giro per l’Italia.

Uno di questi ragazzi, anzi una di queste ragazze, si chiama Maria Joel Conocchiella, una bella e forte venticinquenne calabrese che dedicherà l’estate all’amore per la sua terra, che vuole orgogliosa e libera dal giogo dalla ‘ndrangheta. Si è laureata pochi giorni fa. E niente, non va in vacanza per staccare. Passerà l’estate in un carcere, come racconterà, per incontrare gli uomini che hanno scelto il male ma che, non per questo, vanno abbandonati.

Don Luigi Ciotti è a Torino e chiama la sua figlia spirituale che sta a Briatico, provincia di Vibo Valentia, vicino a Tropea.

Don Luigi Ciotti: “Ciao Maria Joel, dove sei?”.

Maria Joel Conocchiella: “A Briatico, nella mia terra”.

DL “So che oggi sei stata in un carcere, fra persone che hanno sbagliato ma che devono comunque avere la possibilità di un incontro, di un’altra vita”.

Maria Joel, tu fai parte di Libera e solitamente i ragazzi come te lavorano nei “campi”. Che cosa sono?

MJ “I campi sono proprietà e beni confiscati alle mafie. I ragazzi ci lavorano facendo di tutto: dalle cose pratiche - tipo la gestione dei campi, lavori di manutenzione, riverniciature - alla cura dei rapporti con la gente del territorio. Io ho fatto la campista a Crotone e con altri amici andavo in giro a portare pacchi alle persone bisognose. Sono aiuti materiali, ma non solo: perché partono dalla conoscenza del territorio”.

DL “In questo momento ci sono cinquanta campi in tutta Italia. Circa tremila ragazzi si sono prenotati per trascorrere i mesi estivi in queste realtà”.

MJ “Vogliamo scrivere una storia diversa della Calabria e i campi sono un valore aggiunto perché permettono una contronarrazione che smentisca i tanti stereotipi”.

DL Cioè la Calabria assoggettata alla ‘ndrangheta e in fondo un po’ complice?

MJ “Esatto. Nei campi si parte dalle ferite. La ‘ndrangheta c’è e ha fatto male a tante persone. Ma c’è anche chi resiste, chi si ribella. Ci sono famiglie che denunciano i congiunti che fanno parte delle ‘ndrine, ci sono imprenditori che si rifiutano di pagare il pizzo e vanno dai carabinieri. Grazie ai campi la comunità prende consapevolezza che la Calabria è anche altro. È soprattutto altro”.

DL Però tu quest’anno non stai nei campi.

MJ “Quest’anno ho iniziato un’esperienza nuova. Abbiamo organizzato, nel carcere di Vibo Valentia, il Cineforum “Pellicole Scomode” con i detenuti dell’alta sicurezza”.

DL “E com’è stare in carcere in compagnia di uomini che hanno fatto la scelta sbagliata?”.

MJ “Ogni volta che si chiudono le porte dietro di te, e senti il rumore delle sbarre, è un’emozione forte. Nei campi c’è il bene mafioso confiscato; in carcere c’è l’uomo mafioso. Noi veniamo dal dolore innocente delle vittime, e avere a che fare con i colpevoli di quel male è un impatto molto forte. Le mafie sono una subcultura”.

DL Qual è l’ultimo film che hai visto con i detenuti?

MJ “Liberi di scegliere, un film del 2019. Il protagonista è un giudice dei minori che cerca di strappare i ragazzi alla ‘ndrangheta. Ma sono tutti temi forti”.

DL “La confisca dei beni è uno schiaffo alla violenza criminale, ma quello che ha permesso a Libera di incontrarci è l’uso sociale di quei beni, restituiti alla collettività. Maria Joel, come hai vissuto questo fermento?”.

MJ “Quando entri in queste proprietà confiscate alle mafie ti senti parte di qualcosa di fortissimo. Capisci che puoi dare il tuo contributo anche solo passando uno straccio per pulire. I beni confiscati hanno una portata simbolica enorme. Erano, sul territorio, il simbolo visibile della potenza mafiosa: e ora sono diventati il segno tangibile del riscatto, della speranza. Simbolo, segno ma anche concretezza, perché grazie a quei beni confiscati si dà lavoro”.

DL “La legge sui beni confiscati alle mafie è partita dal basso, raccogliendo le firme. E la confisca vuol dire trasformare in valore sociale, in democrazia, in giustizia quello che era il profitto di un crimine. Le mafie avevano confiscato la vita di tante persone. E oggi c’è bisogno di recuperare. Per voi ragazzi, Maria Joel, è un’esperienza forte uscire dal formalismo”. E dalla rassegnazione. Chiedo a tutti e due: quanto è stata importante, e quando è cominciata, la rivolta delle donne?

DL “Tantissimo. È uno dei più segni più significativi del cambiamento. Il mio primo contatto fu con don Italo Calabrò, una delle più belle figure di questa terra, un sacerdote per cui è stato aperto il processo di beatificazione. Era vicario generale della diocesi di Reggio Calabria e parroco di un piccolo paese dell’Aspromonte. Mi disse che aveva conosciuto la ‘ndrangheta in confessionale, da tante donne che si sentivano minacciate. Mi mandò a Torino tanti ragazzi. Maria Joel, tu stai vivendo lo stesso coraggio di quelle donne, ti stai mettendo in gioco. Pensa a questo: i giovani dai 16 ai 29 anni, in tutto il mondo, sono un miliardo e 800 milioni. Poco meno di un quarto dell’umanità. È l’età in cui si cerca il senso della vita. Ora io ti chiedo, Maria Joel: che cosa senti che dovete fare, voi giovani?”.

MJ “Dare un contributo. Te lo dico così, con questa sintesi semplice. Tantissimi ragazzi vogliono dare un contributo. I rischi, per noi giovani, sono l’indifferenza e la disillusione”.

DL Voi di Libera dove trovate la forza per non arrendevi alla disillusione?

MJ “Nelle nostre radici: perché quella della Calabria è una storia di ribellione, di coraggio. Noi dobbiamo farci carico di questo patrimonio e testimoniarlo. Non è facile, perché viviamo in una società che ci sta bombardando di altre cose. Ma il senso del sociale ci dà il bello dello stare insieme. Dobbiamo lavorare sulla bellezza, sulla meraviglia del senso di comunità”.

DL Dicevi che uno dei frutti concreti che vengono dai campi confiscati è il lavoro.

MJ “Sì, ed è fondamentale, perché purtroppo ancora tanti ragazzi se ne vanno dalla Calabria per necessità. Io non dico che sia obbligatorio restare qui: ma andare via deve essere una scelta, non una costrizione. Però sono positiva, perché vedo molti giovani pronti a impegnarsi. Anche molti che ritornano e portano a noi l’esperienza che hanno vissuto altrove”.

DL “Ma è importante che non siate soli. Il dialogo fra generazioni è fondamentale. Voi avete bisogno di essere presi sul serio, ascoltati, considerati. Non è vero che i giovani non ci sono. Quando siete ascoltati, voi esplodete”.

MJ “Libera ci ha dato questa possibilità: di essere ascoltati”.

DL Maria Joel, vorrei sentire anche da te qualcosa sulla rivoluzione femminile della Calabria.

MJ “Ci sono tantissime storie di donne che si ribellano. Figlie e mogli di boss: anche andando indietro nel tempo. Molte non ci sono più, perché hanno pagato con la vita. Ma grazie a loro oggi molte donne hanno trovato la forza. Chiedono aiuto allo Stato, si affidano allo Stato. La mafia si nutre molto del controllo sulle donne, e questa rivoluzione femminile la mette in difficoltà”.

DL “Maria Joel, ti faccio vedere questa croce. Sono due assi di legno presi dal barcone affondato a Cutro tra il 25 e il 26 febbraio scorso. Sono morti in cento, a cento metri dalla tua terra. Questa croce sentila anche un po’ tua”.

MJ “Deve essere un monito per tutti noi. In quella croce sono inchiodati i sogni e le vite di tanti esseri umani che hanno avuto la sola colpa di nascere dalla parte sbagliata del mondo. Con gli altri ragazzi di Libera, siamo andati su quella spiaggia a chiedere scusa”.