di Eleonora Dragotto
La Repubblica, 27 maggio 2026
Un documentario racconta la storia dei tre pionieri del progetto per la produzione delle particole nel carcere di Opera. Ciro: “Ora cerco la semplicità, fatta di lavoro e famiglia”. “Un giorno ho iniziato a pregare Dio come se parlassi con un amico e gli ho chiesto di poter fare qualcosa per lui. Da quel momento ho dedicato ogni mio gesto alla persona a cui ho tolto la vita”. Cristiano ricorda così l’inizio di un percorso di cambiamento personale avvenuto all’interno del carcere di Milano-Opera, dove insieme ad altri due detenuti, Ciro e Giuseppe, condannati anche loro per omicidio, ha partecipato a un progetto di produzione artigianale di ostie destinate alle parrocchie. La loro esperienza è raccontata nel documentario “Io spero paradiso” (2023) di Daniele Pignatelli, proiettato nei giorni scorsi alla Fondazione Aem, in occasione dell’incontro “Pensare fuori. Riflessioni e prospettive oltre il carcere”.
Per Cristiano, che nel 2025 è uscito con l’affidamento in prova dopo due anni in semilibertà e 15 di reclusione, poter frequentare il laboratorio è stato fondamentale. “Tra 1.400 detenuti, il direttore scelse proprio noi, ancora oggi non so perché”, riflette, gli occhi scuri e la barba brizzolata. “Quando qualcuno ripone fiducia in te in questo modo, dandoti una seconda possibilità, fai di tutto per non deluderlo. Questa esperienza mi ha cambiato tantissimo”. Ciro, Giuseppe e Cristiano, condannati i primi due all’ergastolo e il terzo a vent’anni, sono stati i primi partecipanti al progetto di creazione delle ostie, intitolato Il senso del pane e ideato da Arnoldo Mosca Mondadori nel 2016 per il Giubileo straordinario della misericordia. Grazie a questa attività, che oggi coinvolge alcune centinaia di persone, i tre hanno donato milioni di particole e si sono affacciati gradualmente all’esterno, parlando in videochiamata con fedeli di tutto il mondo che li ringraziavano e leggendo letterine di incoraggiamento scritte da alcuni bambini, per poi arrivare a incontrare Papa Francesco nel 2016. “Nei miei film, parto sempre da situazioni di disagio lavorando, però, finché si intravede uno spiraglio”, spiega il regista Pignatelli: “In questo caso, sono entrato in carcere senza sapere nulla, la bellezza è arrivata grazie ai detenuti”.
All’incontro Pensare fuori, moderato da Giulia Strippoli, si è parlato anche di un laboratorio di economia circolare nel carcere di San Vittore e dei sempre più numerosi studenti ristretti accolti dall’Università Statale, concentrandosi sull’urgenza di garantire un percorso rieducativo alle persone detenute. “Crediamo molto e sosteniamo le attività che gli permettono di vedere un futuro, cosa difficile in carcere”, sottolinea Laura Colombo, segretaria generale di Aem (fondazione del gruppo A2A). Tutti e tre i protagonisti di Io spero paradiso sono tornati liberi. Giuseppe, però, è morto poco dopo per una malattia. “È una vita maledetta”, commenta Ciro, scarcerato lo scorso 17 aprile dopo 43 anni di carcere. Quando è entrato era soltanto un diciannovenne. Dopo una vita passata lontana dagli affetti più cari, non ha però abbandonato la speranza. “Vivo per mia figlia e lei si chiama proprio così, Speranza”, spiega, l’aria di un 60enne canuto e gioviale. Oggi porta la sua testimonianza nelle scuole: “I giovani di adesso hanno molto bisogno d’aiuto e il mio scopo è recuperarne il più alto numero possibile”. Il sogno di Cristiano, invece, è riuscire a costruirsi una vita normale: “Aspiro alla semplicità, fatta di lavoro e famiglia. Se un giorno avrò dei figli, come vorrei, gli insegnerò tutto l’opposto di quello che ho imparato io da bambino”.









