di Alessio Gaggioli
Corriere della Sera, 8 dicembre 2024
L’incontro in un locale nel centro storico di Firenze. Le sue parole, i nostri rimorsi: “Abbiamo solo questo da offrire? Ride, seduta, quasi sdraiata, sulle ginocchia del ragazzo con cui sta passando la serata. Capiremo dopo in realtà che è come se ridesse per non piangere. Che entrambe le cose sono forse solo un sintomo, seppur opposto, di una corsa sfrenata. Come se stesse correndo per non cadere. Ride, ride, ridono nell’angolo del locale, a un passo dal bancone. Un drink, un altro ancora per non arrestare la corsa, per non fermare lo sballo. Il down, la caduta, è sempre dietro l’angolo, lì dove ci sono i cattivi pensieri, le tristezze, la presa di coscienza che non ne puoi ormai fare a meno se vuoi divertirti, se non vuoi pensare. Di colpo però l’euforia finisce.
La ragazza che non ha certo i 28 anni che dice di avere si alza, corre in bagno e si chiude la porta dietro. Sono le 23, per raggiungere il locale, nel centro storico di Firenze, si deve passare attraverso un tunnel di fumo di marjuana che avvolge la strada stretta fra i palazzi. Prima del tunnel, c’è un rione avvolto dall’odore acre della carne alla griglia. Non ci sono i turisti dell’alta stagione e le voci in tutte le lingue del mondo: sono giorni di tregua in centro ed è arrivato il freddo.
La città è nuda. Ma odori e immagini - come una sorta di cappa - sono ancora più evidenti. Bistecche, panini già imbottiti e traboccanti esposti nelle vetrine. Pinse, pizze, gelati. Tavoli, tavolini, tabelloni di menu e drink. Bevi-mangia-bevi, promozioni, shottini, spritz consumati anche durante i pasti. Non c’è musica, non ci sono alternative o scappatoie, non c’è altro. La strada è a senso unico: consumare e consumarsi.
È tutto qui quello che sappiamo offrire? Bisogna alzare lo sguardo, come diceva un nostro vecchio professore di filosofia al liceo, per continuare a stupirsi di qualcosa in questa notte d’inverno col cielo terso e l’aria frizzante. Occhi verso l’alto per scoprire qualcosa di nuovo della bellezza di Firenze che non abbiamo fatto noi, ma solo custodita perché la sfruttassimo, rosicchiandola sotto, tutto intorno, fino a ridosso del monumento, fino all’ultimo centimetro possibile.
Un fischio interrompe l’attimo: “Zio, vuoi qualcosa?”. Più avanti un altro ragazzo, un altro cenno con il capo: “Serve fumo, coca, sei a posto?”. Tutto si compra, 20 euro una dose di cocaina, oppure hashish e chissà cos’altro. Bevi-mangia-bevi. E poi la droga con i pusher che non si nascondono, che fischiano, che litigano per il primo che passa a cui vendere qualcosa.
Forse anche la ragazza dentro al bagno del locale ha attraversato quel tunnel. Siamo fuori, in attesa che la toilette si liberi. Lei esce, sta piangendo. Gli sguardi si incrociano. “Tutto bene, posso fare qualcosa?”. “Tutto bene? Ho gli occhi sfatti, sono sfatta, si vede?”. “Si vede soltanto che stai piangendo, cos’è successo?”. Lei non riesce a rispondere. Farfuglia e con l’indice indica il mondo fuori dalla toilette: “Sono con quel tipo, di là…”. È preoccupata di tornare dal ragazzo seduto a ridosso del bancone. Di rientrare nella corsa dello sballo, delle risate - che ora sì appaiono solo un inganno di alcol e droga - dell’euforia. Come se quella fuga in bagno fosse soltanto un inciampo nella serata che si può rimediare alla svelta.
Con un pezzetto di carta igienica si asciuga le lacrime e pulisce il nero della matita che le cola sulle guance. Tira fuori dalla borsa il collirio. “Me lo metti?”. Il collirio diventa una scusa per provare a parlarle. “Quanti anni hai, come ti chiami?”. “Mi chiamo Ginevra, ne ho 28”. Sembrano al massimo 20. “Io ne ho quasi più del doppio, puoi dirmi se hai bisogno”. “Io ho bisogno della coca, tu ne hai? Dove la trovo? Io sto bene solo con quella”. Sto bene solo con quella, sto bene solo con quella. Una frase che non smette di rimbalzare nella testa. Di colpo ci si sente fuori luogo, inadatti. “No, mi dispiace”.
La conversazione finisce qui. E si ricomincia. Lei torna da lui, si siede, le gambe sdraiate sopra le sue. Un drink. Tornano a ridere, a correre nello sballo per non inciampare di nuovo. Sono le 23 e 30, è presto, ma basta, il disagio è troppo. La serata per noi è finita, il tempo di raccontare agli amici cos’è successo dentro quel bagno e congedarsi. Fuori, lungo la strada, un’altra ragazzina, straniera, probabilmente spagnola, si avvicina chiedendo dove si può comprare “qualcosa”.
Sembra quasi di non essere svegli, o forse è stato un brusco risveglio nella realtà che di solito leggiamo o raccontiamo. In testa rimbalza solo quella frase di Ginevra e per descrivere il nostro stato d’animo il passo di una vecchia canzone di Fabrizio De André (perché non hanno fatto/delle grandi pattumiere/per i giorni già usati/per queste ed altre sere).
Sono trascorsi un po’ di giorni da quell’incontro, ma il rimorso di non aver saputo rispondere a Ginevra è un tarlo. Che poi perché avrebbe dovuto ascoltare? Cosa? La predica di uno che si è sentito inadeguato? Le avremmo potuto dare solo qualche consiglio confuso: perché ridevi? Perché piangevi?
Pensa che domani non ti ricorderai nulla, che negli anni, di questi anni, avrai solo un ricordo confuso e che forse, poi patirai il rimpianto di aver bruciato il tuo tempo. Quello che c’è là fuori, fuori da quella toilette è solo un grande inganno. Cerca le cose vere che poi ti fanno stare bene, anche le più piccole. Non ti fare confondere. Non sei sola, lasciati aiutare da chi ha gli strumenti per aiutarti perché un modo esiste. Ma ferma ora la corsa. Fermati.









