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di Gabriella Colarusso

La Repubblica, 9 febbraio 2026

Da dicembre si trova nel carcere di Mashad, dove ha iniziato lo sciopero della fame per protestare contro le condizioni della sua detenzione. Sono di oggi anche gli arresti di tre esponenti di spicco del fronte riformista. La Repubblica islamica non si ferma nella repressione del dissenso, anche minimo, dopo che le proteste di gennaio sono state silenziate nel sangue, con migliaia di morti. La premio Nobel Narges Mohammadi, che era stata arrestata a dicembre perché partecipava alla commemorazione di un attivista morto in circostanze poco chiare, è stata condannata ad altri sei anni di prigione “per raduno e collusione contro la sicurezza nazionale”, a un ulteriore anno e mezzo per “propaganda contro lo stato” e ad altri due anni di esilio nella città di Khusf e al divieto di espatriare.

La famiglia non riceve sue telefonate dal 14 dicembre. Dopo settimane di isolamento, ha potuto parlare brevemente con il suo avvocato. Per protestare contro le condizioni in cui la tengono in carcere, lunedì scorso aveva iniziato lo sciopero della fame che ha dovuto interrompere dopo sei giorni. Mohammadi soffre di problemi di cuore e di pressione. Nella breve telefonata con il legale ha raccontato di essere stata trasferita in ospedale solo tre giorni fa, ma di essere stata subito riportata nel centro di detenzione dell’intelligence a Mashhad nonostante non avesse terminato le cure. La nuova condanna è arrivata dopo che la Nobel si è rifiutata di farsi processare da un tribunale rivoluzionario, disconoscendone la legittimità.

“Con queste nuove accuse, Narges Mohammadi è stata condannata a un totale di oltre 44 anni di carcere a vita. Attualmente rischia più di 17 anni di reclusione attiva, oltre alle 154 frustate riportate dalle sue precedenti condanne”, denuncia la famiglia molto preoccupata per le sue condizioni di salute. La Nobel non è l’unica a pagare il prezzo del dissenso. Oltre 40mila persone sono state arrestate durante e dopo le manifestazioni di gennaio, e ieri l’apparato di sicurezza ha avviato vere e proprie purghe contro il fronte riformista, una coalizione di partiti interni alle istituzioni della Repubblica islamica, che hanno sostenuto la campagna elettorale del presidente Pezeshkian.

Gli altri arresti - La leader del Fronte, Azar Mansoori e altri due personaggi di spicco, Ebrahim Asgharzadeh e Mohsen Aminzadeh, sono stati arrestati perché hanno osato criticare la repressione delle manifestazioni e chiedere una commissione di indagine indipendente, invocando riforme sostanziali nel sistema. Mansoori è una signora moderata di 62 anni, indossa il velo pur essendo contraria all’obbligo di indossarlo, e non ha mai parlato di rovesciare la Repubblica islamica, sistema politico di cui fa parte e di cui segue regole e dettami. Ma è sempre stata sostenitrice di riforme graduali e della libertà di manifestazione e dissenso, fin dal movimento Donna, Vita, Libertà.

A gennaio qualcosa è cambiato. L’estensione e la brutalità della repressione, unita a un blackout di internet senza precedenti, hanno spinto i riformisti a tenere una riunione di emergenza l’11 gennaio. Il gruppo si è diviso sull’opportunità di chiedere un passo indietro di Khamenei. Mansoori, che è la segretaria del fronte, era a favore. Alla fine la dichiarazione è stata bloccata dal consiglio di sicurezza nazionale, dominato dai conservatori, ma i riformisti hanno comunque rilasciato un comunicato in cui condannavano la violenza delle istituzioni. “Rivendicare i propri diritti e impegnarsi a far luce sulla verità è un dovere di tutti noi”, aveva scritto Mansoori. “Dichiariamo tutto il nostro disgusto e la nostra rabbia verso coloro che, spietatamente e sconsideratamente, hanno trascinato i giovani di questo paese nella polvere e nel sangue. Nessun potere, nessuna giustificazione e nessun tempo potranno sanare questa grande catastrofe”.

È bastata per far scattare gli arresti. Le accuse “includono attacchi all’unità nazionale, presa di posizione contro la Costituzione, coordinamento con la propaganda nemica, promozione della resa, deviazione di gruppi politici e creazione di meccanismi sovversivi segreti”, scrive Fars, l’agenzia di stampa legata ai Pasdaran. Il capo della magistratura, il falco Mohseni Eje’i, è stato chiaro: “Coloro che rilasciano dichiarazioni contro la Repubblica Islamica dall’interno si fanno portavoce delle voci del regime sionista e dell’America”. Vietato parlare.