di Riccardo Noury*
Il Manifesto, 23 aprile 2025
Lo scienziato arrestato e condannato a morte per aver rifiutato di fare la spia per le autorità della Repubblica islamica. In un paese normale, sarebbe stato alla guida della risposta alla pandemia da Covid-19 o dei soccorsi a popolazioni terremotate o alluvionate. Purtroppo, Ahmadreza Djajali è nato in Iran e lì è stato arrestato il 25 aprile del 2016. A proposito di paesi normali, ha il passaporto svedese, ha lavorato presso università prestigiose di Svezia, Belgio e Italia (a Novara, dal 2012 al 2015 presso il Crimedim, il Centro di ricerca sulla Medicina dei disastri dell’Università del Piemonte orientale) ma nessuno governo dei tre paesi in questione ha fatto granché per lui. Djalali è uno degli ultimi ostaggi nelle mani delle autorità iraniane. Non possiamo che definirli così: persone innocenti incarcerate e, in alcuni casi, condannate (nel suo caso, all’impiccagione) per reati inesistenti e trattenuti fino a quando lo stato di origine non dà qualcosa in cambio: soldi, favori giudiziari o altro che non si sa. In questi anni molte persone con passaporto occidentale sono tornate a casa: statunitensi, francesi, inglesi, belghe, svedesi, italiane. Molte, ma non tutte. Il 30 ottobre scorso Jamshid Sharmahd, con passaporto tedesco, è stato messo a morte. Nel 2016, quando era già con moglie e figli a Stoccolma, Djajali accetta un invito a recarsi in Iran: un’occasione per rivedere parte della sua famiglia. Si rivela una trappola. Viene fermato il 25 aprile.
Le autorità iraniane gli propongono di carpire, nella comunità scientifica internazionale che frequenta con successo, qualche segreto, possibilmente israeliano. Secca la sua risposta: “Sono uno scienziato, non una spia”. Lo urlerà a lungo, dapprima a chi lo interroga, poi ai suoi carcerieri, in seguito durante il processo, infine dal braccio della morte. Perché la vendetta è immediata: in neanche un anno, arriva la condanna definitiva alla pena capitale per “spionaggio verso un’entità ostile” (leggi: Israele).
Amnesty International in Belgio, Italia e Svezia, avvia subito una campagna per chiedere l’annullamento della condanna e la scarcerazione.
Le diplomazie di Roma e Bruxelles, cui capiterà a loro volta di dover gestire la situazione di connazionali in ostaggio a Teheran, affidano al governo svedese il compito di capo-fila del negoziato: Djalali ha passaporto svedese, dunque se la veda Stoccolma.
Stoccolma se la vede, sì, ma molto male. Accetta la politica degli ostaggi iraniana e, nel giugno del 2024, ottiene il ritorno in patria di due suoi prigionieri: un funzionario dell’Unione europea e un cittadino in cattive condizioni di salute. In cambio torna in Iran Hamid Nouri, condannato in via definitiva all’ergastolo per il ruolo avuto nel massacro delle prigioni del 1988: appena finita la guerra con l’Iraq, il regime iraniano passò alla resa dei conti coi nemici interni, trucidando migliaia di detenuti politici.
Djalali è escluso dallo scambio. Eppure, più volte le autorità giudiziarie di Teheran avevano annunciato la sua imminente esecuzione per imporre la trattativa. Perché a Stoccolma siano tornati due e non tre svedesi e quello rimasto in Iran fosse l’unico condannato a morte, non è noto.
Quello che è noto è come sta Djalali alla vigilia del suo nono anno di carcere. Lo ha raccontato, ed è passato quasi un anno, Louis Arnaud, cittadino francese, ennesima pedina della politica degli ostaggi, scarcerato nel giugno 2024: “Quest’uomo è poco più che un’ombra, è magrissimo e molto pallido. Non c’è rimasto molto di lui”. Djalali è ormai ridotto pelle e ossa, ha problemi cardiaci, gastrite, ulcera e ha perso i denti. Che la sua situazione sia gravissima se n’è reso conto anche il governo svedese. Il 7 marzo il ministero degli Affari esteri di Stoccolma ha convocato l’ambasciatore iraniano chiedendo che Djalali sia scarcerato al più presto per motivi umanitari. Da allora è passato un mese e mezzo e non è cambiato nulla. La vita dell’ostaggio Ahmadreza Djajali, in attesa di essere scambiato con non si sa più chi o cosa, è appesa a un filo. Se non ci saranno a breve sviluppi positivi, il boia iraniano di turno rischia di non dover neanche scomodarsi a uscire di casa.
*Portavoce di Amnesty International Italia











