di Taghi Rahmani*
La Stampa, 12 maggio 2026
Ieri mattina, quando ormai quasi non ci speravo più, ho ricevuto una chiamata dall’altro mondo. Era Narges, Narges Mohammadi, la premio Nobel per la pace, mia moglie. Al telefono c’era la voce familiare che pure non smette mai di sorprendermi, pacata nonostante la tempesta e più forte dell’eco della guerra. Non avevo sue notizie dal 12 dicembre scorso, quando le forze di sicurezza della repubblica islamica l’hanno fermata durante la manifestazione funebre per l’avvocato dei diritti umani Khosrow Alikordi a Mashad e, dopo un brutale pestaggio, l’hanno rinchiusa in isolamento per 105 infiniti giorni. Mi ha raccontato che durante questa ultima lunga detenzione sapeva poco e nulla di quanto accadeva fuori, nonostante i bombardamenti a distanza ravvicinata, le dicevano che sarebbe stata trasferita a Evin, il penitenziario di Teheran dove ha già trascorso diversi anni, ma invece, dopo una fase iniziale a Mashad, l’hanno portata a Zanjan, in una sezione speciale riservata ai reati violenti e ritenuta adatta a lei, la più pacifica.
Narges non vuole che i nostri figli stiano in pena ma sta molto male, oltre alle patologie pregresse di cui soffre ha incassato le percosse dell’arresto e i dolori sono diventati cronici. Dice che nelle settimane in cui è rimasta a Mashad, quando non filtravano notizie sulle sue condizioni, non è stata visitata da alcun medico. Solo il giorno in cui, a cose fatte, abbiamo saputo che era stata spostata a Zanjan e che in cella aveva perso conoscenza un paio di volte, ci siamo mobilitati chiamando a raccolta tutte le organizzazioni dei diritti umani affinché venisse curata, assistita, medicata. Lei non aveva idea del tam tam in suo favore ma a un certo punto, voglio sperare anche grazie alla pressione della campagna internazionale, l’hanno visitata a Zanjan e solo allora abbiamo saputo come stava veramente. E stava alle corde, quasi al tappeto. Troppo perfino per il regime. Così da lì, con un’ambulanza pagata dalla famiglia, è stata trasportata all’ospedale Pars di Teheran, dove si trova adesso e da dove ieri, pur senza allarmismi, mi ha confermato tutto: la cardiopatia è peggiorata, la pressione sanguigna non accenna a scendere, ha perso molto peso e teme di doversi sottoporre a lunghi accertamenti prima di ricevere una diagnosi, una cura, una prospettiva.
Non possiamo smettere adesso di incalzare la repubblica islamica, abbiamo bisogno dell’opinione pubblica mondiale, Narges Mohammadi è in permesso sanitario eccezionale ma è previsto che torni presto a scontare la sua pena in prigione. Faccio mio l’appello di suo fratello Hamid Reza Mohammad, Narges deve essere rilasciata definitivamente, non lasciamola sola, non lasciateci soli: è la madre dei miei figli ma l’eredità del Nobel per la pace appartiene a tutti.
*Testo raccolto da Parisa Nazari










