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di Massimiliano Jattoni Dall’Asén

Corriere della Sera, 12 maggio 2026

“Da noi regna ancora il caos normativo”. Bruxelles rilancia il sostegno alla canapa industriale, mentre in Italia resta una legge che confonde marijuana e canapa industriale. Mattia Cusani (Csi): “L’incertezza normativa spinge alla fuga delle imprese”. L’Europa va avanti, l’Italia frena. O almeno ci ha provato. Mentre a Bruxelles il Parlamento europeo compie un passo politico a favore della canapa industriale, riconoscendone il ruolo agricolo e produttivo, a Roma continua a regnare un’ambiguità normativa che il settore considera il vero problema.

La commissione Sviluppo regionale dell’Eurocamera ha approvato con 21 voti favorevoli, 4 contrari e 7 astensioni la relazione dell’eurodeputata M5S Valentina Palmisano che conferma la possibilità di utilizzare i fondi della Politica agricola comune (Pac) per le coltivazioni di canapa con contenuto di Thc inferiore allo 0,3%.

Un voto che, formalmente, non introduce una rivoluzione. La Pac già oggi finanzia la canapa industriale e gli agricoltori continuano a ricevere i contributi europei. Ma il segnale politico arriva, almeno per l’Italia, in un momento delicato, dopo mesi di scontro tra il governo italiano e il comparto della cannabis light. La conferma arriva al Corriere da Mattia Cusani, presidente dell’Associazione Canapa Sativa Italia: “Tutti i nostri associati anche quest’anno hanno ricevuto i contributi Pac per la coltivazione della canapa - spiega -. Il rischio era che l’Europa decidesse di escludere questa coltura dai premi agricoli, come successo per altri casi. Invece ha scelto di confermare il sostegno per il prossimo ciclo di programmazione”.

La dicotomia, secondo Cusani, è tutta qui: da una parte Bruxelles continua a considerare la canapa industriale una coltura agricola legittima; dall’altra l’Italia insiste su una linea repressiva che, però, finisce spesso per scontrarsi con i tribunali. Negli ultimi due anni il settore ha vissuto una lunga stagione di incertezza. Prima le aperture nel 2016, poi la stretta normativa culminata nell’articolo 18 del decreto Sicurezza convertito in legge nel 2025, interpretato da molti come un tentativo di vietare la cannabis light. Eppure, sostiene Cusani, nella pratica quotidiana il sistema non si è fermato.

Il nodo dei tribunali - Nella pratica, anche dopo la legge che ha introdotto restrizioni significative, col tentativo di equiparare di fatto le infiorescenze di canapa a basso contenuto di Thc alle sostanze stupefacenti, “non ci sono state chiusure generalizzate di negozi né la fine delle attività legate alla canapa”, spiega Cusani. “I giudici continuano ad applicare il principio di offensività”: nel diritto penale, infatti, non basta che una condotta sia vietata in astratto, bisogna dimostrare che produca concretamente un danno o un pericolo. La giurisprudenza distingue infatti tra marijuana e cannabis industriale priva di efficacia drogante.

Un orientamento consolidato già nel 2019 dalle Sezioni Unite della Cassazione, che avevano ritenuto lecita la commercializzazione dei prodotti senza effetti stupefacenti. Secondo Cusani, dunque, il nuovo impianto normativo italiano non avrebbe cambiato davvero questo quadro: “Dal punto di vista tecnico-giuridico, il presunto divieto non è altro che la traduzione in legge di principi che i giudici applicavano già. Il problema, semmai, è che il testo viene percepito come un divieto assoluto, mentre poi i tribunali continuano a valutarne l’effettiva offensività”.

Il risultato è una situazione paradossale. Da un lato sequestri, controlli e interventi delle procure; dall’altro dissequestri e restituzioni dei prodotti dopo le analisi tossicologiche. “Abbiamo monitorato oltre un centinaio di casi”, sostiene Cusani. “Ogni volta che si è cercato di applicare la norma come un divieto totale, poi le analisi hanno dimostrato l’assenza di effetti droganti e i prodotti sono stati restituiti”.

La posizione di Cia - Il comparto lamenta soprattutto l’incertezza. Per gli operatori, il vero danno non è dato dal blocco delle attività, quanto piuttosto dalla fuga degli investimenti e il trasferimento all’estero delle aziende più strutturate. “Questa ambiguità favorisce soltanto i mercati grigi e illegali”, sostiene Cusani. “Noi chiediamo l’esatto contrario: regole chiare, controlli amministrativi e distinzione netta tra canapa industriale e sostanze stupefacenti”. Una posizione che oggi trova sponde anche nelle grandi organizzazioni agricole. Dopo il voto europeo, Cia-Agricoltori Italiani parla apertamente con il Corriere di “piena liceità della pianta di canapa proveniente da varietà certificate e con bassi livelli di Thc”, ricordando il peso economico della filiera: mezzo miliardo di euro di fatturato, circa 3 mila aziende agricole e oltre 23 mila addetti. Per l’organizzazione agricola il settore è oggi “in grande difficoltà a seguito dei continui interventi restrittivi del governo”. Da qui la richiesta di aprire subito un tavolo di filiera al ministero dell’Agricoltura.

La partita europea - Anche perché il confronto rischia presto di spostarsi definitivamente sul piano europeo. La Corte di Giustizia Ue è chiamata a pronunciarsi sulla compatibilità delle norme italiane con il diritto comunitario, soprattutto nella parte in cui la disciplina sugli stupefacenti non distingue in modo esplicito la canapa industriale. Cusani è convinto che sarà lì che si chiuderà davvero la partita. “Probabilmente sarà la Corte europea a porre fine all’ambiguità”, dice. “A quel punto qualunque governo, di destra o di sinistra, sarà costretto a trovare una soluzione diversa”. Nel frattempo il settore continua a vivere sospeso.

Con una particolarità che gli operatori rivendicano quasi con orgoglio: la crescita della cannabis light italiana è nata soprattutto in piccoli territori rurali, spesso marginali o spopolati. “Molte aziende sono realtà quasi eroiche”, racconta Cusani. “Persone che hanno investito non per arricchirsi, ma perché credevano in questo mercato e nel recupero dei territori”. Ed è proprio qui, sostiene, che si nasconde il paradosso finale. “Se domani arrivasse una regolamentazione definitiva, entrerebbero subito i grandi investitori e le multinazionali. Il rischio è che una norma scritta male finisca per cancellare un intero settore costruito dalle piccole imprese locali”.