di Greta Privitera
Corriere della Sera, 8 gennaio 2023
Giustiziati un campione di karate e un allenatore di bambini. L’Ue: sconvolti. Nominato nuovo capo della polizia famoso per la repressione del 2009. In un video su Twitter, si vede una lapide nera davanti a un tappeto che ricopre una bara. Il tappeto è sommerso da quelle che da qui sembrerebbero margherite bianche. Si sentono delle donne piangere. Una di loro ripete ossessivamente una frase che un utente del social traduce: “Che cosa hai fatto per meritarti questo, bambino mio”. È la madre di Mohammad Mehdi Karami, disperata. Il ragazzo aveva 22 anni e ieri il regime dell’ayatollah Khamenei lo ha impiccato in carcere accanto al compagno di proteste Seyed Mohammad Hosseini, 39 anni.
Karami, campione di karatè, e Hosseini, maestro-volontario di arti marziali in una squadra di bambini, sono stati arrestati il 3 novembre, a Karaj, vicino a Teheran, durante la cerimonia in ricordo della ventenne Hadis Najafi, uno dei simboli delle proteste che dal 16 settembre, dall’uccisione di Mahsa Amini, infiammano il Paese. La magistratura li ha condannati per la morte di un miliziano Basiji, Ruhollah Ajamian, citato come ”martire” dall’ayatollah Khamenei in uno dei suoi ultimi discorsi. Prima di loro, a dicembre, sono stati impiccati Mohsen Shekari e Majidreza Rahnavard.
I due uomini che gli attivisti chiamano “pacifisti” sono stati accusati di “efsad-fil-arz (corruzione sulla terra), di crimini contro la sicurezza nazionale, di attacco alle forze basiji e per la pubblicazione online di post contro il governo”. A entrambi è stata negata la difesa dei loro avvocati e un processo giusto: “Se la comunità internazionale non interviene, sarà una strage”, commenta la ong Iran Human Rights, che dà un numero spaventoso: almeno 100 altri manifestanti sarebbero in attesa di condanna a morte.
Il 18 dicembre, l’avvocato di Hosseini è riuscito a vedere il suo assistito nel carcere di Karaj. Ha scritto: “Mi ha parlato di torture, percosse con gli occhi bendati. Venivano ammanettati e incatenati. Mi ha raccontato di calci fino allo svenimento, di colpi sulla pianta dei piedi con sbarre di ferro, di scosse elettriche su tutto il corpo”. Dopo le impiccagioni, anche l’avvocato di Karami ha raccontato che il ragazzo era in sciopero della fame e della sete perché voleva una difesa giusta.
Sempre a dicembre, i genitori di Karami hanno registrato un video diventato molto virale, in cui supplicavano le autorità di ritirare la sentenza. Si dice che Karami avesse chiesto al padre di non dire nulla alla madre, per risparmiarle il dolore. Dall’Iran ci raccontano che ieri la donna è stata l’ultima a sapere dell’impiccagione di suo figlio. I genitori di Mohammad Hosseini, invece, sono morti quando aveva 15 anni. L’avvocato spiega che l’uomo è stato arrestato davanti alla loro tomba.
L’Unione europea si dice “sconvolta” e “invita le autorità iraniane a porre immediatamente fine alle condanne a morte contro i manifestanti”. Agli attivisti con cui parliamo non piace il verbo “invitare”, vogliono: il congelamento dei beni della repubblica islamica, l’espulsione dei diplomatici e i pasdaran nella lista dei terroristi.
Intanto, mentre in piazza di grida sempre più forte “morte al dittatore”, Khamenei non indietreggia, anzi. Ieri ha nominato un nuovo capo della polizia, Ahmad-Reza Radan, famoso per la violenta repressione che mise in atto durante le proteste del 2009.










