di Simona Musco e Errico Novi
Il Dubbio, 3 aprile 2026
L’allarme sui social della figlia Mehraveh Khandan: sequestrati i dispositivi elettronici suoi e del marito. Ma nessuno sa dove si trovi. Il legale di Nasrin, Mohammad Moghini, contattato dal Dubbio, dice: “Il regime usa la guerra come pretesto per reprimere i suoi oppositori”. L’ultimo messaggio inviato al Dubbio da Nasrin Sotoudeh, l’avvocata iraniana simbolo dei diritti umani, risale a lunedì. “Stiamo bene, anche Reza (Khandan, il marito in carcere a Evin, ndr) sta bene”. Poche parole. Essenziali. Quasi trattenute, come se ogni frase potesse costarle qualcosa. L’impressione è che centellinasse l’essenziale per non finire stritolata da quella repressione che, con ostinato coraggio, non ha mai smesso di denunciare. Oggi l’arresto.
A darne notizia è la figlia Mehraveh sui social: “Pochi minuti fa siamo stati informati che la mamma è stata arrestata ieri sera mentre si trovava in casa da sola. Recandosi a casa, i parenti si sono accorti che sono stati sequestrati anche i dispositivi elettronici, tra cui i laptop e i telefoni della mamma e del papà. Fino a questo momento la mamma non ha effettuato alcuna chiamata e non abbiamo alcuna informazione sull’autorità che ha proceduto all’arresto”. In serata Mehraveh ha poi comunicato via social che in “una breve telefonata”, Nasrin avrebbe comunicato che ad arrestarla è stato il ministero dell’Intelligence. La chiamata si è interrotta dopo pochi secondi “e ancora non si sa dove si trova”.
Secondo un rapporto dell’organizzazione per i diritti umani Hengaw, il fermo sarebbe avvenuto durante un raid delle forze governative. Nel suo ultimo commento sulla guerra, affidato a una connessione Internet agonizzante, Nasrin aveva inviato alcuni messaggi a IranWire criticando duramente il regime: “Un governo che voleva usare in modo distruttivo l’energia nucleare per produrre elettricità, a causa della sua folle ostinazione ha messo a rischio l’intera rete elettrica del Paese. Un governo che per mezzo secolo ha gridato morte a questo e a quel Paese, ora ha esposto noi alla morte. La domanda è: non è forse più facile conquistare la fiducia del mondo che impegnarsi in tutti questi conflitti? Proprio come molti paesi dopo la Seconda Guerra mondiale si sono sottomessi alle decisioni di altri Paesi per guadagnarsi la loro fiducia”. Insomma, meglio rinunciare a una quota di sovranità o a ambizioni di potenza per ottenere la fiducia del mondo, la pace e la ricostruzione, piuttosto che mantenere una postura di sfida che porta solo macerie. Riflessioni che potrebbero aver scatenato l’ira di un potere che da anni l’ha eletta a nemico pubblico numero uno.
Recentemente, in un’intervista al Dubbio, Nasrin aveva raccontato la devastazione di Teheran, dove le onde d’urto delle esplosioni hanno sventrato le abitazioni civili, denunciando al contempo i massacri sistematici dei manifestanti. Soprattutto, aveva espresso angoscia per il marito, Reza Khandan, tuttora sepolto nel carcere di Evin, luogo in cui le violazioni dei diritti umani - torture, percosse, isolamento e abusi - sono strutturali e dal quale, pochi giorni fa, filtravano notizie allarmanti. Il Consiglio nazionale della resistenza iraniana ha infatti denunciato una nuova, macabra trappola per i detenuti, quasi tutti oppositori politici: le porte delle celle metalliche sono state saldate, trasformando il carcere in un vicolo cieco in caso di nuovi bombardamenti (come già avvenuto a gennaio), mentre il personale abbandona i reparti lasciando sul posto solo poche guardie. In questo scenario di sovraffollamento e privazione di cure mediche, Sotoudeh aveva lanciato il suo ultimo grido: “Le autorità, contrariamente alla legge, si rifiutano di rilasciare i prigionieri in tempo di guerra. Pensano solo alla propria vita”.
Il “reato” contestato a Khandan è l’aver prodotto delle spille con la scritta: “Mi oppongo al velo obbligatorio”. Un gesto di resistenza pacifica punito con tre anni e mezzo di carcere. La pena, inizialmente sospesa, è stata eseguita nel dicembre 2024, proprio mentre Nasrin guidava la mobilitazione contro la legge liberticida su “velo e castità”. Un pretesto, secondo la famiglia, per colpire lei indirettamente. Da mesi, inoltre, Khandan portava avanti una protesta contro il divieto di visite, imposto dai vertici del carcere perché la moglie si rifiuta di indossare l’hijab durante i colloqui.
Dalle battaglie per le “ragazze di via della Rivoluzione” alla sfida solitaria contro la pena di morte, il corpo esile di Nasrin ha dato voce a milioni di persone, pagando ogni battaglia con il carcere. Un impegno insignito del Premio Sakharov nel 2012 e del Right Livelihood Award, noto anche come “premio Nobel alternativo”, nel 2020. “Purtroppo, a causa del blocco di Internet, non ho contatti diretti con le persone in Iran e non conosco i dettagli dell’arresto di Nasrin”, ha spiegato al Dubbio Mohammad Moghimi, legale di Sotoudeh. “Tuttavia, sembra che questa situazione stia avvenendo nel contesto delle attuali condizioni di guerra. Il regime pare stia usando queste circostanze come pretesto per reprimere i propri oppositori, cercando allo stesso tempo di presentare un’immagine di controllo, stabilità e autorità all’interno del Paese”.
Sulla vicenda è intervenuto con fermezza anche Francesco Greco, presidente del Consiglio nazionale forense, che nel 2023 conferì all’avvocata il Premio dell’Avvocatura italiana: “È un fatto gravissimo. Chiediamo alle istituzioni europee di intervenire subito per chiarire le ragioni del fermo e attivare ogni canale diplomatico utile, affinché tutto avvenga nel pieno rispetto delle norme del diritto internazionale. Neppure in un contesto di guerra possono essere sospesi arbitrariamente i diritti fondamentali e le garanzie di difesa. Colpire chi difende i diritti umani significa colpire il cuore stesso dello Stato di diritto”.











