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di Fulvia Caprara

La Stampa, 13 aprile 2023

Il regista premio Oscar sarà lunedì a Torino: “La crescita individuale e collettiva resta sotto attacco la situazione è molto difficile ma le limitazioni stanno compattando la protesta invece di soffocarla”. Del suo ultimo film, “Un eroe”, Asghar Farhadi diceva “Sono storie di persone comuni diventate improvvisamente famose per aver compiuto un gesto altruistico”.

Nel suo sguardo di autore illuminato, vincitore di due Oscar per “Una separazione” e “Il cliente” e poi di Palme d’oro a Cannes, Orsi d’oro e d’argento alla Berlinale, c’era, già nitida, l’immagine di un popolo nobile e generoso, quello che da mesi vediamo scendere in strada per protestare contro il regime, ma anche quella di una comunità unita da legami di profonda solidarietà: “Oggi, in Iran, c’è, tra la gente, una grande empatia, soprattutto quando ci sono ostacoli da rimuovere. Anzi, proprio in queste circostanze, le persone si uniscono e lottano insieme contro le difficoltà”. Lunedì il maestro iraniano sarà ospite a Torino, fortemente voluto dal presidente Enzo Ghigo e dal direttore artistico del Museo del Cinema Domenico De Gaetano. Impegnato nella preparazione della prossima opera, che sarà girata fuori dall’Iran, Farhadi, in questo periodo residente negli Stati Uniti, terrà una masterclass alla Mole Antonelliana, riceverà il premio Stella della Mole e introdurrà la proiezione di “Un eroe”.

Stiamo attraversando una fase storica molto difficile. Come vive questo momento?

“Spero sempre che la gente si renda conto che la vita è molto più breve di quello che si crede e quindi, anche la felicità di ognuno è molto breve ed è legata, come in una catena, alle altre persone e quindi direttamente proporzionale alla felicità degli altri”.

Il suo Paese sta vivendo una fase drammatica, quali sono i suoi sentimenti rispetto a quello che accade?

“Raggiungere grandi obiettivi è sempre molto difficile. Richiede rispetto per la situazione e grande speranza. Io sono ottimista e sono sicuro che queste lotte non rimarranno senza risultato. Indietro non si torna più. Ovviamente avrà un prezzo alto per tutti, difficoltà, dolore. L’importante è che il movimento non torni indietro e il futuro è chiaro”.

Le donne sono molto spesso al centro delle sue narrazioni. Perché e che cosa ammira di più in loro?

“Questo aspetto di cui parla è entrato in maniera inconscia nelle sceneggiature che ho scritto per me e per gli altri, e nei film che ho realizzato. Donne che hanno il coraggio e la volontà del cambiamento e sono pronte a pagarne il prezzo. Le donne dei miei film hanno sempre lo sguardo rivolto al futuro, e per creare il cambiamento, combattono. Forse dipende dalle donne che hanno circondato la mia vita: mia madre, mia moglie, e le mie figlie. Io adoro questa loro caratteristica. Oggi basta guardarsi intorno, osservare la realtà, per capire che le donne iraniane sono le più coraggiose e determinate, in grado di creare un grande cambiamento”.

Oggi in Iran le donne sono nell’occhio del ciclone. Secondo lei, come andrà a finire? Pensa che le proteste possano essere utili?

“Senza dubbio queste proteste raggiungeranno il loro risultato. Questo grande movimento e questa grande energia che si è scatenata dimostrano la vitalità delle donne iraniane. Personalmente nutro molte speranze e sono orgoglioso di questa battaglia di libertà. Le grandi pressioni e le molte limitazioni che ci sono sulle donne, hanno dato loro una motivazione sempre maggiore per combattere. Non ho dubbi che questa lotta, che ha come obiettivo la libertà, otterrà i suoi risultati”.

Che cosa significa per lei essere regista?

“In generale fare cinema, e con questo non intendo solo la regia, per me è un pretesto per fuggire dalla quotidianità e la ripetitività della vita. In secondo luogo, è una via per entrare in comunicazione con maggior numero possibile di persone. Credo che dopo le proiezioni dei film e i dibattiti, il regista prenda molto più degli spettatori di quanto gli spettatori prendano dal regista. In questo modo un cineasta arricchisce maggiormente il suo bagaglio culturale ed emotivo, e come si dice da noi, “cuoce meglio”, o come dite voi, “matura meglio”.

Quanto è importante per un autore essere libero?

“La libertà, non solo per un cineasta, ma per qualsiasi essere umano, è uno dei bisogni fondamentali per crescere. Questo sia nelle decisioni quotidiane, che nei grandi passi della vita. Senza la libertà, la crescita individuale e collettiva, non raggiungerà mai il suo livello ottimale. Senza libertà non esiste giustizia. Io ho sempre detestato la frase che dice: “Le limitazioni alimentano la creatività”. Questa è una frase sbagliata. La mancanza di libertà, forse in un breve periodo può aiutare la creatività e costringervi a intraprendere strade nuove, ma alla lunga elimina completamente la creatività. La pietra miliare di ogni movimento, inclusa la creatività del cinema, è la libertà. La libertà è la prima necessità dell’uomo”.

Terrà una masterclass a Torino. Quale consiglio darebbe a un giovane che vuole diventare regista?

“Il consiglio che do agli altri è lo stesso consiglio che diedi a me stesso, e cioè, nel momento della scrittura e della realizzazione del film, rivolgetevi al vostro inconscio. Tutti noi abbiamo un deposito di sentimenti e sensazioni dentro di noi, che è parte del nostro inconscio. Più attingiamo a questo deposito del nostro inconscio, più la nostra scrittura e il nostro film si avvicinerà alla nostra verità. In qualche modo possiamo dire che il film viene fatto dal cuore”.