huffingtonpost.it, 3 marzo 2026
La scrittrice iraniana esiliata in America: “La questione non è solo cambiare regime ma la mentalità delle persone. C’è il rischio della guerra civile, ma voglio anche credere che ci siano diversi sostenitori del regime che liberi dalla paura e dalla convenienza sappiano guardare in faccia la realtà e disertare”. Sulla morte dell’ayatollah Khamenei, Azar Nafisi prova sentimenti contrastanti. La scrittrice iraniana che vive in esilio in America dal 1997 racconta che “nei momenti di grande disperazione, gli ho augurato la morte. Ma questo è il loro stile: non può essere il mio. Ci hanno preso la libertà dandoci la morte, quando più noi iraniani cercavamo la vita. Lucidamente, dico che avrei preferito vederlo processato e condannato per i suoi crimini: solo così avrei potuto dire che ha vinto la democrazia. Così, invece, ne hanno fatto un martire. Temo che il suo pensiero resti vivo e la sua mentalità resti profondamente radicata in Iran”.
Il timore è che al governo restino gli stessi uomini che opprimevano il paese: “La questione non è solo cambiare regime ma la mentalità delle persone. Bisogna riuscire a cambiare il modo in cui un Paese come la Repubblica Islamica - e tutti gli altri luoghi dove la mentalità totalitaria è dominante - si pensa al governo, al popolo, alla democrazia”.
Nafisi ha sempre sperato che il cambiamento in Iran fosse un processo che si sviluppa dal basso. Prima dell’intervento statunitense, si stava procedendo in quella direzione: la società iraniana è scesa in piazza, ha protestato mettendo a rischio la propria vita per sfidare il regime: “Le proteste del popolo iraniano sono sempre state un atto di affermazione della vita. Per questo sono convinta che non lo aiutiamo facendo la guerra”. Due questioni urgenti, secondo la scrittrice: “Una riguarda i prigionieri politici. Le loro vite sono oggi in pericolo più che mai: per colpa del regime. E per colpa delle bombe. Come società civile, come Occidente, tutti dovrebbero prenderci l’impegno di lottare per far aprire le porte delle carceri. L’altra cosa è Internet. Bisogna trovare un modo per riconnettere il popolo iraniano alla rete. Perché come si può organizzare una ribellione senza la rete?”.
In queste ore prevale la gioia per la morte di Khamenei, dice Nafisi, “si parla meno della paura dei raid, sembra un racconto parziale ma bisogna entrare nella testa di ragazze che sono state picchiate e violentate, famiglie decimate. Chiunque abbia una coscienza si sente colpevole per essere sopravvissuto a parenti, amici, colleghi. Non dimenticherò mai una mattina in cui, andando all’università, trovai sulla strada un uomo che penzolava dalla forca: capii allora quanto il regime avesse portato la filosofia della morte nel Paese. E l’odio, l’odio che circola, Khamenei è morto e quelli che ha oppresso sono vivi”.
La guerra da sola non risolve nulla, sostiene: “Gli iraniani dovrebbero poter scegliere con un referendum chi debba governarli. Di certo, più debole è il regime più forte è il popolo. Ma un regime indebolito è pronto a tutto e lo sarà. Siamo in una fase molto pericolosa. C’è il rischio di una guerra civile. Ma voglio anche credere che ci siano diversi sostenitori del regime che liberi dalla paura e dalla convenienza sappiano guardare in faccia la realtà e disertare”.
“La regione ci insegna che alla fine di un regime può seguirne uno peggiore”, prosegue la scrittrice, “Inoltre gli ayatollah hanno alimentato odio e sospetti non solo nei confronti dei laici ma anche contro i religiosi, sunniti e sciiti non compiacenti. Spero che l’Unione europea possa essere un modello per il Medioriente, quell’Ue che però ha purtroppo colpevolmente ignorato la lotta degli iraniani”.











