di Carlotta Sisti
elle.com, 1 gennaio 2025
Attiviste, difensori dei diritti umani e dissidenti, tra cui la premio Nobel Narges Mohammadi, sono incarcerate con accuse generiche di essere pericolose per la sicurezza nazionale. Il carcere di Evin, dove dal 19 dicembre si trova in cella di isolamento la giornalista Cecilia Sala, è forse uno dei simboli più noti della repressione politica in Iran. Costruito nel 1972 durante il regime dello Shah Mohammad Reza Pahlavi, fu concepito inizialmente come struttura per la detenzione di prigionieri politici. Dopo la Rivoluzione Islamica del 1979, Evin è diventato il principale centro di incarcerazione per dissidenti, giornalisti, attivisti e membri di minoranze etniche e religiose. Secondo le organizzazioni per la difesa dei diritti umani la prigione, che si stima ospiti circa 15.000 detenuti, è caratterizzata da condizioni di sovraffollamento e carenze igienico-sanitarie.
Molte ong, tra cui Amnesty International, hanno denunciato l’uso sistematico della tortura, esecuzioni sommarie e il mancato accesso a cure mediche per i prigionieri. Le testimonianze parlano di celle sovraffollate, aree di isolamento e un controllo ferreo da parte delle autorità.
A 2 anni dallo scoppio del movimento Donna, Vita, Libertà, gli attacchi e la repressione contro donne e ragazze in Iran sono all’ordine del giorno: decine di attiviste per i diritti umani, membri di minoranze etniche e religiose e dissidenti, tra cui la premio Nobel per la Pace Narges Mohammadi, sono incarcerate con accuse generiche di essere pericolose per la sicurezza nazionale o stanno scontando condanne dopo processi sommari. Mohammadi, la voce più articolata e inflessibile del movimento iraniano per i diritti umani, si stima sia stata condannata 5 volte, arrestata 13 e condannata a un totale di 31 anni di prigione. Al marito Taghi Rahmani e ai due gemelli Kiana e Ali, esiliati in Francia, è stata vietata ogni comunicazione diretta per 18 mesi. In totale, i figli di Mohammadi sono stati separati dalla madre per quasi 6 anni. E sono stati proprio loro tre, la sua famiglia, a ritirare a nome suo il premio Nobel ad Oslo, dove la sedia della vincitrice era vuota ma il suo volto era presente, proiettato sulla parete del municipio della capitale norvegese.
Nel suo libro White Torture, che esprime l’orrore dell’isolamento, Mohammadi descrive la paura e l’ansia sconvolgente ma anche il paradosso della dipendenza dal proprio carceriere, in una sorta di alienante sindrome di Stoccolma. Il libro prende la forma di interviste con altri prigionieri politici ed è stato scritto durante un breve periodo fuori dal carcere. “L’isolamento significa essere rinchiusi in uno spazio molto piccolo. Quattro mura e una porticina di ferro tutte dello stesso colore, spesso bianco. Non c’è luce naturale all’interno della cella. Non c’è aria fresca. Lì non si sente alcun suono e non è possibile parlare o associarsi con altri esseri umani”, si legge nel memoir. “Le notizie e le informazioni non ti arrivano. Non ci sono giornali, riviste, libri, carta o penne. Non hai niente lì dentro, tranne tre coperte sottili e logore, una camicia e dei pantaloni. Un secondino può permetterti di usare il bagno e la toilette, oppure no”. L’attivista ha descritto le minacce, le intimidazioni e le pressioni che facevano parte degli interrogatori. “I prigionieri sono sottoposti a false accuse e a pressioni psicologiche per estorcere false confessioni. Non ci sono contatti con familiari, amici o avvocati. Sei letteralmente isolato, passivo e solo”, ha scritto. “La solitudine e l’impotenza influenzano giorno dopo giorno la mente umana. A volte l’ansia e la paura, altre volte persino le illusioni dominano il prigioniero al punto che non è in grado di prendere decisioni o anche solo di pensare lucidamente”. Nazanin Zaghari-Ratcliffe, la britannica iraniana con doppia cittadinanza che ha condiviso il carcere con Mohammadi a Teheran, ha detto al The Guardian: “È dura, resistente, gentile ed estremamente coraggiosa. È stata lontana dai suoi figli per molto tempo. Ha sacrificato la sua vita e la sua famiglia per il bene della gente del paese”.









