di Enrica Muraglie
Il Manifesto, 22 febbraio 2025
Intervista a Narges Mohammadi, la premio Nobel per la pace iraniana, in occasione del suo intervento alla Commissione permanente per i diritti umani del Parlamento italiano. In Iran sono “giorni difficili e turbolenti, di proteste. Studenti universitari, donne, insegnanti, lavoratori, pensionati e vari settori della popolazione civile scendono in piazza ogni giorno per manifestare contro la Repubblica islamica”. Una fotografia di Mahsa Amini al suo fianco, il 19 dicembre la premio Nobel per la pace Narges Mohammadi racconta alla Commissione permanente per i diritti umani del Parlamento italiano come vivono le iraniane e gli iraniani sotto il regime di Masoud Pezeshkian: “Povertà, disoccupazione, inflazione e la crisi ecologica hanno alimentato la rabbia della gente. Le risposte dall’altra parte sono violenza in strada, incarcerazioni e processi farsa”. Gli stessi che hanno reso possibili gli innumerevoli arresti della giornalista, scrittrice e attivista per i diritti delle donne che ha già scontato dieci anni di detenzione, 135 i giorni in isolamento. E non è tutto: fuori dal carcere di Evin dallo scorso settembre per sottoporsi a cure mediche urgenti dopo lunghi dinieghi, a Mohammadi spettano ancora 11 anni di detenzione. Al manifesto racconta una delle accuse esplicitamente dichiarata nella sentenza: “Essere una femminista”. Nel corso dell’audizione, Laura Boldrini ha ribadito l’impegno italiano per l’introduzione del reato di segregazione di genere nella Convenzione sui crimini contro l’umanità in discussione all’Onu, e accolto la richiesta di Mohammadi di anteporre il rispetto per i diritti umani a qualsiasi accordo diplomatico e commerciale con l’Iran.
Ha tracciato un filo comune tra l’apartheid di genere in Iran e in Afghanistan…
In Iran ottenere un passaporto e viaggiare all’estero richiede il permesso del tutore legale, che è esclusivamente nelle mani dei padri per le figlie e dei mariti per le mogli. Le testimonianze e le dichiarazioni dei testimoni maschi nei tribunali sono considerate equivalenti a quelle di due donne. Il denaro del sangue (diyah) e l’eredità per le donne sono la metà di quelli degli uomini. Lo stupro coniugale non solo non è considerato un crimine, ma gli uomini iraniani possono presentare denunce di “non conformità” contro le loro mogli, se queste si rifiutano di avere rapporti sessuali. Il permesso per il matrimonio prima di raggiungere l’età legale per le donne in Iran non è un ostacolo se considerato appropriato dal padre o dal nonno paterno. E la preoccupante tendenza dei matrimoni infantili è evidente nelle statistiche: secondo il Centro statistico iraniano, nei primi tre trimestri del 2022 ci sono stati oltre 20 mila casi di matrimoni con donne sotto i 15 anni, e 1.085 nascite da madri sotto i 15 anni. Nella primavera del 2021, il numero dei matrimoni che coinvolgono ragazze tra i 10 e i 14 anni ha visto un aumento di circa il 32% rispetto all’anno precedente. Questi numeri rappresentano solo le statistiche ufficiali. Molte di queste leggi e situazioni si applicano anche alle donne in Afghanistan, e sotto i talebani sono persino più severe e oppressive.
Chi sono le donne che ha incontrato nella prigione di Evin?
Tra oltre 70 prigioniere politiche, il reparto femminile di Evin comprende persone con credenze politiche, intellettuali e religiose diverse che si sono unite contro la repressione del regime. In particolare, dopo l’uccisione di Mahsa (Jina) Amini e l’esplosione del movimento Donna, Vita, Libertà, abbiamo portato avanti diverse forme di protesta nel reparto, tra cui sit-in perfino notturni, raduni, occupazione dei corridoi delle guardie carcerarie con slogan e canti di inni. Abbiamo inviato numerose dichiarazioni individuali e collettive all’esterno della prigione. Abbiamo affrontato continuamente violenza e privazioni, tra cui divieti di telefonate e visite, negazione delle cure mediche e persino nuove condanne. Il primo sciopero della fame di massa contro le condanne a morte ha avuto luogo dopo l’esecuzione di Mohammad Ghobadlou, che ha coinvolto profondamente l’opinione pubblica sulla questione delle esecuzioni nelle prigioni del regime. Poi è iniziata la campagna No to Execution nella prigione di Ghezel Hesar, che si è rapidamente diffusa in altre prigioni del paese. Per la prima volta dopo oltre 15 anni, oggi assistiamo alla ripresa delle emissioni di condanne a morte nei confronti di prigioniere, come Pakhshan Azizi e Verisheh Moradi. Per questo abbiamo interrotto l’ordine della prigione per giorni. Insieme ad altre 4, sono stata processata e condannata a un ulteriore periodo di prigione. Anche se queste proteste pacifiche costano care a molte prigioniere, il reparto femminile non interrompe la sua lotta contro le condanne a morte. Un giorno abbiamo cercato di ottenere cure mediche per due prigioniere in difficoltà, una è la sorella di un prigioniero condannato a morte, sotto shock dopo aver saputo dell’esecuzione di Reza Rasai (un manifestante impiccato ad agosto 2024 perché accusato di aver ucciso un pasdaran, ndr). Siamo state aggredite con violenza.
Va riconosciuto che una prigioniera è un essere umano, e ogni essere umano lotta per la sopravvivenza in modi diversi. Cantare, ballare, tagliare o acconciare i capelli, indossare vestiti colorati, ridere e trovare gioia: tutti questi sono modi per sentirsi ancora vive.
E il ruolo dell’arte contro il regime?
Gli artisti, cineasti e membri dell’industria cinematografica sono coloro che plasmano la consapevolezza globale sulla pace: non devono distogliere lo sguardo dal popolo iraniano e dalle donne del Medio Oriente. Possono davvero portare la questione delle esecuzioni e dell’apartheid di genere in primo piano nella coscienza globale, affinché un giorno possano prevalere democrazia, libertà, uguaglianza e pace duratura.
Non può esistere pace e libertà per i popoli senza le libertà e l’autodeterminazione delle donne. Woman, life, freedom e i femminismi arabi ce lo dimostrano…
L’uccisione dei manifestanti e dei dissidenti politici per le strade è altrettanto terribile e sconvolgente dell’omicidio di civili innocenti sotto bombe e missili. Il regime della Repubblica islamica è aggressivo, ostile ai diritti fondamentali del popolo iraniano e non rispetta nemmeno le sue leggi. Morire per mano di forze occupanti è guerra, mentre morire per mano di un regime oppressivo e autoritario che governa da 45 anni cos’è? Come donna che vede e subisce l’apartheid sessuale nel proprio paese penso che finché questo apartheid esisterà la pace duratura sarà impossibile. Allo stesso modo, in assenza dei diritti fondamentali delle donne in Medio Oriente, e in presenza di dominio, discriminazione e repressione, la democrazia, la libertà e l’uguaglianza nel mondo sono prive di significato. Sono come ferite infette e nauseanti sulla coscienza dell’umanità.











