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di Greta Privitera

Corriere della Sera, 11 febbraio 2026

In principio fu Kiarostami, che scelse di raccontare storie “piccole” amplificando la realtà e rivelando l’oppressione quotidiana. Dopo di lui una generazione di registi e attori ha continuato a descrivere il Paese, rischiando frustate e carcere. Rivela Ashkan Khatibi, da tre anni in esilio: “Il “guardiano” viene sul set e controlla tutto. Gesti, parole, vestiti. Ti confonde, alla fine non sai più se sia una spia o un amico”. Una bambina di otto anni, Mina, si perde nel traffico infernale di Teheran. L’autobus la lascia lontano da casa, e lei vaga tutto il pomeriggio per uno stradone avvolto nello smog. Ha gli occhi sgranati, cerca la mamma. Poi sale su un altro autobus. Si appoggia al grande cruscotto e fissa l’obiettivo.

Voce fuori campo: “Non guardare in camera, Mina”. Lei non ascolta, si sfila il velo che le pizzica il collo e si strappa i vestiti di scena: “Non sto recitando, voglio scendere”. Mina non vuole più fare quello che le dicono. È una sequenza da Lo specchio, un film del 1997 di Jafar Panahi, ma è soprattutto il sentimento collettivo di un popolo che non sta più alle regole del regime.

E in quell’istante, nello sguardo di Mina, il cinema iraniano si rivela per ciò che è: anticorpo vivo contro l’oppressore che da 47 anni schiaccia diritti e desideri. I fotogrammi diventano un modo per dire l’indicibile in un Paese dove la parola può essere pena di morte, e metri e metri di pellicole “illegali” girano segretamente nelle case d’Iran che da dietro le tende fa poesia. Dopo la rivoluzione del 1979, una seconda nouvelle vague di registi - rinata dalle ceneri di quella degli Anni 60, sotto lo scià - naviga le pieghe della repressione, rinunciando alla denuncia frontale per un neorealismo che radiografa la realtà quotidiana, decostruendo i meccanismi del potere con grazia, trasformando il cinema in un’altra forma di resistenza. Decidere di scrivere e girare un film “libero”, non commissionato dal regime, è un atto di profondo coraggio, nella Repubblica della Guida suprema Ali Khamenei.

La censura - Il ministero della Cultura e dell’Orientamento islamico - custode del velo e dei buoni costumi - deve approvare ogni singola inquadratura prima, durante e dopo le riprese: niente donne scoperte o che fanno cose indecenti, come mangiare un gelato, niente “sordid realism” che mostri miserie o ingiustizie, niente critiche al potere che non siano metafore lontane. Gli sceneggiatori, spesso gli stessi registi, devono sottoporre dialoghi e canovacci a un comitato di burocrati che decide se un volto, un gesto, un’auto ferma può passare il vaglio islamico. Nessun protagonista buono può chiamarsi “Davide” (nome ebraico), nessun Muhammad può essere cattivo. Ti affidano un “guardiano” che supervisiona tutte le fasi di lavorazione e che riporta alle autorità ogni elemento sospetto.

Il regista e attore Ashkan Khatibi, in Italia da tre anni, racconta che questo “guardiano” diventa la tua ombra, ti manipola, ti confonde: “A un certo punto, non sei più sicuro se sia una spia o un amico”. E nella palude che soffoca e punisce, ci sono autori che pur di continuare a raccontare girano film in clandestinità, nascondendo le macchine da presa. Panahi, in Taxi Teheran (Orso d’Oro a Berlino 2015), a causa di una condanna che gli vieta di fare cinema e di lasciare il Paese, aggira la censura fingendosi un tassista e posizionando telecamere nascoste sul cruscotto per riprendere i passeggeri: tra i suoi clienti anche la famosa attivista Nasrin Sotoudeh.

Nel 2022, gira da remoto Gli orsi non esistono (premiato a Venezia), dirigendo la troupe da un piccolo villaggio di frontiera con la Turchia. È il suo modo di resistere e respirare. Si fa il carcere, ed è considerato nemico del potere proprio quanto lo sono i dissidenti politici della prigione di Evin. Il suo ultimo Un semplice incidente racconta l’Iran dopo le proteste esplose con la morte di Mahsa Jina Amini, la ragazza curda uccisa a Teheran per un ciuffo di capelli sfuggito al velo. Candidato agli Oscar, Panahi si trova da poco fuori dal Paese e commenta il round di rivolte scoppiato a fine dicembre, dove i Guardiani degli ayatollah hanno massacrato migliaia di persone, tra cui molti giovani: “Le proteste stanno portando avanti la Storia. Il dolore diffuso è diventato un urlo nelle strade. Quando non c’è più nulla da perdere, la paura scompare e non si torna indietro”. 

Ma, a volte, la resistenza si fa anche fuga quando la pressione diventa insostenibile. Il regista Mohammad Rasoulof, condannato a cinque anni e diverse frustate per un post contro la repressione a Khuzestan, nel 2024 scappa clandestinamente dall’Iran scavalcando a piedi montagne innevate poco prima della presentazione a Cannes del suo Il seme del fico sacro, diretto da remoto mentre era sorvegliato, controllato, umiliato: “La censura ci disabilita, ma l’arte resiste sempre”, dice in un’intervista. Più i religiosi reprimono e più storie, inquadrature, dialoghi sfuggono al loro controllo strutturato per reprimere l’arte in quanto forma libera di espressione. Gli ayatollah, però, sembrano sottovalutare l’effetto dirompente che ha la repressione, perché proprio da questa morsa che stringe e stringe nasce la forza del cinema iraniano che, costretto all’allusione, diventa poetico, intimo, universale.

Il maestro - Il maestro di questa generazione di cineasti è Abbas Kiarostami, morto nel 2016. Il regista codifica il linguaggio resistente già nei suoi cortometraggi degli Anni 70 dove riprende le conseguenze di piccoli drammi quotidiani - un ragazzo che mente, un esercizio non fatto - raddoppiando la realtà, rendendo semplici gesti e sentimenti chiave di lettura del sistema. In Compiti a casa, l’oppressione familiare diventa un sentiero tortuoso, un fiore schiacciato nel quaderno, campi di grano solitari. Kiarostami predilige simboli leggeri, infantili, perché è nella purezza del bambino che vede la possibilità di salvezza.

Nel capolavoro Dov’è la casa del mio amico? un ragazzino, Ahmed, pedala 80 chilometri per restituire un quaderno, incarnando l’innocenza morale che sfida le regole. O l’uomo alla guida di un’auto scassata in Il sapore della ciliegia, (Palma d’Oro a Cannes nel 1997), che chiede a sconosciuti di seppellirlo dopo il suicidio.

Il messaggio - Sono tutti registi acclamati e premiati all’estero, anche se l’unico, per ora, ad aver vinto l’Oscar (due) è Asghar Farhadi, con il capolavoro dei capolavori Una separazione e con Il cliente. Una separazione è l’incubo burocratico e giudiziario che attraversa una coppia. Farhadi racconta il potere in controcampo, mostrandone le degenerazioni, l’ottusità e gli effetti sulla vita quotidiana. Ma se nei film la critica al regime passa attraverso la narrazione attenta della realtà, nelle dichiarazioni pubbliche il regista si esprime con durezza, condannando la repressione governativa. Come nel 2022, dopo l’uccisione di Mahsa Jina Amini, quando in un video su Instagram manifesta il suo orgoglio per le “donne potenti che bruciano hijab e marciano per i diritti”, definendole “giovani coraggiose, piene di indignazione e di speranza”.

In Iran si paga il prezzo della libertà. Non solo gli impavidi manifestanti che sfidano senza pistole i militari armati fino ai denti. O le donne che lasciano il velo sul comodino. Anche gli intellettuali e i registi combattono al loro fianco sparando contro il muro della censura idee e sogni. L’ultima dichiarazione arriva da Ali Asgari, autore di Divine Comedy, presentato a Venezia e nelle sale in questi giorni. Il regista doveva essere in Italia per accompagnate il film e in un videomessaggio mostrato prima delle proiezioni dice: “Purtroppo in questo momento in Iran la situazione è molto difficile. Ci sono state delle proteste per le strade e sono state commesse ovunque violenze.

Tantissime persone sono state uccise. Per me non è stato possibile venire lì da voi, né comunque sarei stato capace di parlare del mio film, con quello che sta succedendo”. Anche Behtash Sanaeeha e Maryam Moghaddam, autori del lungometraggio Il mio giardino persiano, sono di nuovo nel mirino delle autorità. E allora vengono convocati un giorno sì e un giorno no in questura per aver espresso la loro opinione sull’ultimo massacro, quello dei sacchi neri, degli obitori, del record repressivo. I due hanno già affrontato pesanti condanne legali per quella poesia che è Il mio giardino persiano, la storia di due anziani che si innamorano nel segreto della casa. Ma in arrivo per la coppia c’è una nuova sanzione: il sequestro dei beni.