di Barbara Cottavoz
La Stampa, 26 aprile 2026
Il 25 aprile 2016 il medico e ricercatore iraniano veniva arrestato a Teheran per spionaggio. Da allora la comunità si batte per la sua liberazione, a cominciare dai suoi colleghi dell’Upo. Per giorni non si era saputo nulla di lui, né dove fosse né perché. Il 25 aprile 2016 il medico e ricercatore Ahmadreza Djalali, 54 anni, era stato arrestato con l’accusa di essere una spia al soldo di Israele, ipotesi poi diventata una condanna a morte. Sono passati dieci interminabili anni da quel giorno e lui è sempre rinchiuso a Teheran in una cella del carcere di Evin, sezione 7 dei detenuti politici, dove le sue condizioni di salute peggiorano sempre, come dimostra l’ultima immagine del suo viso diffusa nei giorni scorsi.
Djalali ha vissuto a Novara dal 2012 alla fine del 2015 per lavorare al Crimedim, il centro di ricerca sulla Medicina dei disastri dell’Università del Piemonte orientale, e quando è stato arrestato si era da poco trasferito con la moglie Vida Mehrannia e i figli Amitis e Ariou in Svezia, a Stoccolma, dove loro si trovano ancora. La figlia oggi ha 24 anni ed è una studentessa di Medicina, il lavoro del padre; il bambino di un tempo oggi è un adolescente cresciuto con un papà lontano e prigioniero. All’inizio la madre e la sorella gli avevano raccontato che papà Ahmad era via per lavoro, per proteggerlo da una realtà che era indicibile.
In questi dieci anni la moglie non ha mai smesso di lottare e di sognare la liberazione del marito, incontrando personalità politiche e accademiche di tutto il mondo. Sopratutto dei tre Paesi con cui Ahmad collaborava. Nei giorni scorsi è di nuovo stata in Belgio dove ha incontrato il ministro degli Esteri Maxime Prévot: Djalali era professore ospite alla Libera Università Fiamminga di Bruxelles. E poi la Svezia, che gli ha concesso anche la cittadinanza onoraria. In entrambi i casi, però, quando i due Stati hanno avuto la possibilità di scambiare propri connazionali con i funzionari e diplomatici iraniani Assadollah Assadi, detenuto ad Anversa, e Hamid Nouri, condannato a Stoccolma, l’hanno fatto rinunciando a lui.
Meharannia si è più volte rivolta anche alle istituzioni italiane. Nei giorni scorsi la senatrice a vita e scienziata Elena Cattaneo ha ricordato il medico iraniano: “Da anni, alle reiterate richieste provenienti dall’Italia, dall’Europa e dalla comunità scientifica internazionale per la liberazione di Ahmadreza Djalali, è stato opposto il silenzio, quando non il rifiuto”. Ma Vida non molla e nonostante la sofferenza, le difficoltà quotidiane e quelle straordinarie di accompagnare i figli in un incubo, lei ribadisce instancabile l’innocenza del marito e la pericolosità della sua situazione fisica e psicologica. Meno di un anno fa Djalali è stato colpito da un infarto, da tempo ha perso chili e denti, si nutre a fatica e ha problemi allo stomaco e alla pressione: “Il caso di Ahmad richiede urgenza, trasparenza e azioni concrete - ha dichiarato Vida -. La nostra famiglia merita risposte. Lui merita giustizia”.
I suoi colleghi novaresi dell’Università del Piemonte orientale sono stati i primi promotori della mobilitazione per la liberazione di Djalali. Erano stati anche coloro che avevano subito intuito che fosse successo qualcosa, come ha ricordato il professor Francesco Della Corte, fondatore del Crimedim e ricercatore, che aveva voluto Djalali a Novara: “Alla fine di aprile del 2016 ci saremmo dovuti incontrare a un congresso a Vienna, ma Ahmad non si è presentato, cosa inconcepibile per lui che è un uomo molto preciso. Lo stesso è successo poche settimane dopo per il nostro master di maggio, a cui lo attendevamo”. All’epoca, la moglie, sotto minaccia, aveva detto che suo marito Ahmad era rimasto vittima di un incidente: “Ma parlando con i nostri corrispondenti a Teheran avevamo cominciato ad avere qualche dubbio”, ha concluso Della Corte. Da allora sono passati dieci anni, la vita di tutti noi è andata avanti, mentre la sua è rimasta chiusa in una cella di Evin.










