di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 7 maggio 2026
La vita di Narges Mohammadi è appesa a un filo. Ricoverata d’urgenza all’inizio di maggio dopo un rapido peggioramento delle sue condizioni, la premio Nobel giornalista e attivista iraniana in carcere dallo scorso dicembre rischia di morire in un ospedale non attrezzato, sotto stretta sorveglianza delle autorità della Repubblica islamica. Secondo i suoi legali e i membri della famiglia, Mohammadi ha subito una crisi cardiaca e diversi episodi di perdita di coscienza, mentre le cure ricevute restano insufficienti rispetto alla gravità del quadro clinico. L’allarme è stato lanciato pubblicamente da Parigi dalla sua avvocata, Chirinne Ardakani, che parla apertamente di un rischio imminente di morte. Accanto a lei, rappresentanti della fondazione che porta il nome dell’attivista e della coalizione internazionale per la sua liberazione hanno denunciato una responsabilità diretta del regime iraniano nel deterioramento delle sue condizioni. Per Jonathan Dagher di Reporters sans frontières, non si tratta più soltanto di una battaglia per la liberazione: “E’ una corsa contro il tempo per salvarle la vita”.
Mohammadi, 54 anni, era stata trasferita dalla prigione di Zanjan a una struttura sanitaria locale dopo due episodi di perdita totale di coscienza, già debilitata da mesi di detenzione, avrebbe perso circa venti chili e mostrerebbe gravi difficoltà nel parlare. I suoi sostenitori chiedono il trasferimento a Teheran, dove potrebbe essere seguita da un’équipe medica adeguata, ma finora le autorità non hanno concesso il permesso. Da oltre vent’anni Narges Mohammadi è una delle voci più note e ascoltate contro la pena di morte, la repressione politica e l’obbligo del velo in Iran. Il suo impegno le è costato ripetuti arresti, condanne e prolungati periodi di isolamento. Da anni impegnata contro la pena di morte, Narges Mohammadi ha pagato il suo attivismo con una lunga sequenza di arresti e condanne: fermata tredici volte, è stata giudicata colpevole in cinque procedimenti distinti.
La prima condanna risale al 1998, quando fu incarcerata per un anno dopo aver criticato il governo iraniano. Nel 2009 le è stato assegnato il Premio Internazionale Alexander Langer, riconoscimento che ha consolidato la sua visibilità internazionale. Nel 2010 venne convocata davanti alla Corte rivoluzionaria islamica per il suo coinvolgimento nel Centro dei Difensori dei Diritti Umani; rilasciata inizialmente su cauzione, fu nuovamente arrestata pochi giorni dopo e trasferita nel carcere di Prigione di Evin, simbolo della repressione contro dissidenti politici e giornalisti. Negli anni successivi le detenzioni si sono susseguite: arrestata nel 2011 e liberata nel 2012, è tornata in carcere nel 2015 con una condanna a dieci anni per presunta cospirazione contro la Repubblica islamica, cui si sono aggiunti ulteriori sedici anni nel 2016.
Il 16 novembre 2021 è stata nuovamente arrestata mentre partecipava a una commemorazione a Karaj per una vittima delle proteste del 2019, confermando quanto la sua attività pubblica continui a essere considerata una minaccia dal regime sciita. Durante la detenzione ha più volte intrapreso scioperi della fame, arrivando al ricovero ospedaliero; nel 2020 ha inoltre rischiato la vita a causa della pandemia COVID-19. Già nel 2018 aveva subito un’isterectomia ritardata dall’opposizione delle autorità carcerarie all’intervento chirurgico, seguita da complicazioni e da una nuova incarcerazione mentre era ancora convalescente. Insomma un autentico calvario.
L’ultimo arresto risale al 12 dicembre 2025, quando fu fermata a Mashhad dopo aver criticato apertamente le autorità religiose durante la cerimonia funebre di alcune vittime della repressione di Stato. Secondo diverse organizzazioni per i diritti umani, in quell’occasione avrebbe subito violenze e brutalità che hanno contribuito al successivo peggioramento delle sue condizioni di salute. Nei mesi seguenti è stata condannata a diversi anni di carcere per accuse legate alla sicurezza nazionale e alla propaganda contro il sistema di potere.
Il caso Mohammadi è diventato emblematico anche del più ampio contesto di repressione dell’informazione in Iran: nel 2026 il paese si colloca tra gli ultimi al mondo per libertà di stampa secondo Reporters sans frontières, mentre decine di giornalisti restano ancora detenuti per reati di opinione. Intanto, a Parigi, dove vivono il marito e i figli di Mohammadi, cresce la pressione sulle istituzioni internazionali. Gli appelli si moltiplicano affinché governi e organismi multilaterali intervengano con strumenti diplomatici e giuridici per ottenere la sua liberazione o almeno un accesso immediato a cure adeguate. Per chi la sostiene, il tempo è ormai la variabile decisiva: ogni ora senza un intervento potrebbe essere l’ultima.










