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di Elisabetta Zamparutti

Il Riformista, 7 maggio 2022

Vi racconto una storia. Trae inspirazione da un racconto Sufi, incipit del libro “La cura del perdono” di Daniel Lumera. La storia è questa: “Che cosa è il perdono?” chiese al maestro. Lui sorrise, prese un sasso, lo posò davanti alla sua allieva: “Il violento lo userebbe come arma per fare del male. Il costruttore ne farebbe un mattone su cui edificare una cattedrale.

Per il viandante stanco sarebbe una sedia dove incontrare riposo. L’artista vi scolpirebbe il volto della sua musa. Chi è distratto ci inciamperebbe. Il bambino ne farebbe un gioco. In ogni caso la differenza non la fa il sasso, ma l’uomo. Con il perdono l’uomo sceglie di trasformare i sassi della vita in amore”.

Sembra che questa corrente dell’Islam, che cura la dimensione spirituale interiore, costituisca, un po’ come il pensiero liberale, un’autentica assicurazione da ogni violenta e autoritaria rigidità teocratica, fideistica o legalitaria. Benevolmente prevalente nel cuore degli uomini, nonostante la malvagità dei poteri statali.

Accanto a impiccagioni, amputazioni e altre orribili pratiche del regime dei Mullah, storie di segno diverso pure emergono dal 14° Rapporto di recente pubblicato da Iran Human Rights e dalla Coalizione mondiale contro la pena di morte.

L’Iran è uno Stato che usa politicamente la religione a fini repressivi e reazionari. Eppure, i suoi cittadini sembrano nutrire un senso al contempo più evoluto e mite della giustizia. La Repubblica Islamica continua a primeggiare per numero di esecuzioni con le 333 compiute nel 2021 (sarebbero 371 secondo Nessuno tocchi Caino e 365 secondo Iran Human Rights Monitor), ancora copre col segreto i dati sulla pena di morte (solo il 16,5% delle notizie provengono da fonti ufficiali), ha mandato a morte ben 17 donne e continua a giustiziare minori al momento del fatto (2 nel 2021 secondo Iran Human Rights, 4 secondo IHRM e 7 secondo NTC) nonostante una consuetudine internazionale che lo vieti.

Viceversa, in base a un sondaggio compiuto nel 2020, il 79% degli intervistati non sceglierebbe la pena retributiva per eccellenza, la morte dell’assassino, se un parente stretto venisse ucciso. Il dato, correlato alla preferenza per il perdono o la diya (prezzo del sangue), è impressionante. Ci sarebbero stati almeno 705 casi di questo genere, di gran lunga superiori ai 183 risoltisi con un’esecuzione.

Il sistema funziona così: in caso di omicidio i parenti più prossimi della vittima possono optare per la qisas (retribuzione) e chiedere che il condannato sia giustiziato. In alternativa possono chiedere la diya (una somma a risarcimento) o semplicemente concedere il perdono senza nessun compenso. Il capo della magistratura fissa un importo indicativo annuale per la diya sulla base dell’inflazione e di altre considerazioni. Quest’anno, stabilita a marzo, la cifra è di 600 milioni di riyal (20.000 euro) per un uomo musulmano e 300 milioni di riyal per una donna musulmana, l

 a cui vita evidentemente vale la metà. La famiglia della vittima può comunque anche chiedere di più o di meno.

La scelta del perdono o della diya rispetto alla opzione retributiva dell’esecuzione è un dato che Iran Human Rights rileva come prevalente dal 2015, anno in cui l’organizzazione ha iniziato a monitorare i casi di perdono, i quali potrebbero essere molto superiori ai numeri riportati. La prevalenza del perdono o della diya emerge anche geograficamente. Casi di perdono si sono registrati in tutte le 31 province iraniane, mentre la scelta della pena retributiva ha riguardato 27 province. Nella maggior parte delle province, i perdoni hanno superato le esecuzioni.

Dietro queste opere di bene c’è sempre un vissuto che gli dà corpo. Nel 14° Rapporto di Iran Human Rights si racconta, ad esempio, di Maryam Kargardastjerdi, una donna di 42 anni che incontra un’altra donna, la madre di un condannato a morte, che cercava di raccogliere il denaro per pagare la diya e salvare così suo figlio.

Maryam l’aiuta a completare la raccolta di denaro. Viene allora a conoscenza di altri casi. Se ne occupa e contribuisce a che ben 37 famiglie salvino i loro figli dalla forca. Lo ha fatto parlando con i parenti delle vittime e aiutando a raccogliere i fondi necessari.

Maryam non è sola. In Iran, esiste ormai un vero e proprio “Movimento per il Perdono” che promuove anche il dibattito sull’abolizione della pena di morte. Il perdono è la cura amorevole che in Iran può contenere e superare la dura legge della sharia. Alla domanda “cos’è il perdono?” un altro maestro Sufi rispose: “è il profumo dei fiori, quando vengono schiacciati”. Un flusso d’amore, gratuito e unilaterale, che promana proprio da chi ha perso il bene più caro.