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di Annachiara Mottola di Amato

La Repubblica, 7 settembre 2026

Taraneh e Romina Rahimi, dopo aver partecipato alle manifestazioni di gennaio, sono state arrestate di notte da uomini mascherati. Il tribunale ha condannato la prima a morte, dopo una confessione che la ragazza racconta sia stata estorta dietro minacce di abusi verso la sorella, e Romina a 25 anni di carcere. Nove mesi fa Taraneh e Romina Rahimi, due gemelle di 19 anni, erano scese per le strade di Isfahan per chiedere la fine del regime iraniano. Non erano sole, dietro e davanti a loro un corteo di centinaia di persone, che diventavano migliaia se si sommavano i numeri delle piazze di tutto l’Iran: cento città in rivolta da Teheran a Shiraz che restituivano l’immagine di un Paese che si ribellava al governo degli ayatollah.

Proteste per cui oggi rischiano tutto: Taraneh è stata condannata all’impiccagione e Romina a 25 anni di carcere. Per questo, la famiglia ha deciso di raccontare la loro storia al Guardian nella speranza che il loro destino segua una strada diversa. Come hanno raccontato la madre e un cugino delle due ragazze al quotidiano britannico, un mese dopo le proteste oceaniche del gennaio del 2026 messe a tacere nel sangue (per le organizzazioni dei diritti umani le vittime della repressione sono più di 30mila, mentre le stime ufficiali della Repubblica islamica parlano 3mila morti), le sorelle Rahimi sono state svegliate nel cuore della notte da uomini mascherati che le hanno prelevate di forza dalla loro cameretta e arrestate.

Da quel giorno, per quattro mesi, Marzieh Nourmohammadi non ha avuto notizie delle figlie, che ancora frequentavano le scuole superiori al momento dell’arresto. Le ha cercate in ospedali, tribunali e uffici dello Stato senza ottenere risposte. Poi, con una telefonata, è stata convocata nel carcere di Dowlatabad a Isfahan ma l’incontro non è andato come si aspettava. Quando la donna ha rivisto le ragazze ha fatto fatica a riconoscerle: volti tumefatti, ciocche di capelli strappate, lividi, ematomi e fratture su tutto il corpo. Segni evidenti delle torture subite durante la detenzione che, secondo la famiglia, avrebbe riservato alle gemelle un regime durissimo di isolamento. Dopo quell’unica visita concessa alla madre, la sorte delle ragazze è stata nuovamente avvolta nel silenzio. Fino alla notizia della condanna a morte di una e a venticinque anni di carcere per l’altra.

Nonostante le minacce di morte ricevute sui social, “conosciamo il tuo indirizzo, stai attento”, Masoud Nourmohammadi, il cugino che da 22 anni risiede negli Usa, ha deciso di sostenere la battaglia della sua famiglia per salvare Taraneh e Romina continuando a raccontare la loro storia. In particolare, ha riferito che Taraneh avrebbe confessato di aver commesso atti violenti durante le manifestazioni dell’8 e 9 gennaio del 2026 solo dopo che la polizia carceraria l’aveva minacciata di abusare della sorella di fronte a lei se non avesse firmato una confessione. Nessuno ha potuto assistere al processo delle due giovani donne, ormai ventenni, nè dalle condanne sono stati concessi altri permessi per le visite. Il timore, adesso, è che l’esecuzione della ragazza possa avvenire rapidamente, come già accaduto in altri casi nonostante la legge preveda tempi per il ricorso.

“Non seguono la propria legge”, ha detto Nourmohammadi. “C’è un periodo di 18 giorni in cui gli avvocati possono andare a presentare ricorso, ma in molte esecuzioni avvenute di recente non è successo. Si limitano a condannare e a mandare al patibolo”. Nonostante le difficoltà logistiche presentate dalla guerra con Stati Uniti e Israele iniziata a febbraio, l’Iran ha giustiziato più di 500 persone quest’anno, tra cui almeno 29 persone legate alle proteste antigovernative di gennaio. Sedici sono donne. Centinaia di altri manifestanti, poi, sono stati condannati a morte o stanno affrontando accuse che potrebbero comportare il patibolo. Più di 70 solo a Isfahan, la città delle gemelle Rahimi.