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di Viviana Mazza

Corriere della Sera, 26 settembre 2022

Capelli biondi, prima dell’inizio delle proteste se li legava con l’elastico: è stata uccisa sabato sera durante le manifestazioni a Karaj, vicino a Teheran, diventando un simbolo della rivolta.

Legarsi i capelli in una coda o uno chignon disordinato: un gesto quotidiano per qualsiasi ragazza. Hadis Najafi era stata ripresa in un video diventato un simbolo: senza velo, si legava i capelli tinti di biondo prima di unirsi alle proteste per Mahsa Amini. La sua famiglia ha diffuso ieri un altro filmato. Quello dei funerali della giovane a Karaj, città a 40 chilometri da Teheran. Nel ritratto circondato di petali rossi e bianchi il suo volto è ora incorniciato dal chador, il velo che il regime è pronto a uccidere pur di difendere. Aveva vent’anni e “il cuore spezzato per Mahsa”, ha detto la sorella di Hadis all’attivista esule in America Masih Alinejad. Sarebbe stata colpita da “sei proiettili al petto, al collo e al cuore”. È diventata un’altra Mahsa Amini.

“Donna, vita, libertà” - Najafi è una delle tante ragazze scese in prima linea in queste notti iraniane a gridare “Donna, vita, libertà”. Bruciano i veli in città religiose come Mashhad e Qom, li sventolano dalle auto a Teheran. Una giovane si tagliava la coda bionda in piazza Kerman, una ragazza dai lunghi capelli neri danzava e gettava l’hijab nel fuoco a Sari. Un’anziana canuta avanzava zoppicante a Rasht ripetendo “Morte a Khamenei”. Anche qualche donna velata e conservatrice ha espresso solidarietà sui social. La sorella di Javad Heidari, 36 anni, ucciso a Qazvin, si tagliava i capelli castani sulla sua tomba coperta di fiori.

Solidarietà - “Le ho viste da vicino in queste notti. La maggior parte di loro è molto giovane: diciassette, vent’anni”, dice in un filmato sul suo profilo social il regista iraniano premio Oscar, Asghar Farhadi. “Ho visto indignazione e speranza nei loro volti e nel modo in cui marciavano per le strade. Rispetto profondamente la loro lotta per la libertà e il diritto di scegliere il proprio destino nonostante tutta la brutalità a cui sono soggette”. “Anziché rimboccarsi le maniche, legarsi i capelli: sarà così che ricorderemo la determinazione”, scrive il regista teatrale Amir Reza Koohestani su Instagram. E la fotografa Newsha Tavakolian ha ripubblicato una sua celebre immagine: la ragazza in chador con guantoni rossi da pugile. Perché storie come quella di Mahsa non sono isolate. L’avvocata Leila Alikarami ricorda la 27enne Zahra Bani Yaghoub che subì la stessa sorte per mano della polizia della moralità, un caso che lei stessa rappresentò 15 anni fa. Nonostante “il cranio fratturato e il sangue sul volto”, chiesero alla famiglia di dire che aveva avuto un infarto; ad altri parenti dichiararono che era vittima di un’incidente d’auto.

La repressione - Un video girato a Shiraz illustra bene il prezzo per le donne in prima linea: una giovane in arresto, disarmata, in jeans, giacca a quadri e hijab, è circondata da agenti anti-sommossa. Uno di loro le tiene la mano sul seno, un altro dopo un po’ la tira per le spalle e la scaglia al suolo, facendole sbattere la testa contro il bordo del marciapiedi.

L’appello - Karim Sadjadpour, studioso iraniano-americano del think tank “Carnegie Endowment for International Peace”, in passato sostenitore del dialogo con la Repubblica Islamica, scrive sul Washington Post che è presto per dire se queste proteste cambieranno la politica di Teheran o saranno solo un’altra frattura nel sistema, ma ricorda che il velo è molto più che un indumento. “L’hijab obbligatorio è uno dei tre pilastri ideologici rimasti al regime, insieme agli slogan “Morte all’America” e “Morte a Israele”. Khamenei chiaramente crede che qualsiasi compromesso su quei pilastri - incluso il velo - ne accelererà la caduta”. Sadjadpour elogia la scelta di Christiane Amanpour di rifiutare di indossarlo nell’intervista rifiutata dal presidente Raisi e chiede ai governi, ai media e alle Ong internazionali di fare altrettanto e di “smettere di legittimare la discriminazione di genere della Repubblica islamica”, mentre le ragazze in piazza contestano “i nonni che guidano il Paese da quarant’anni”.