di Gabriella Colarusso
La Repubblica, 13 dicembre 2022
Due ayatollah anziani dei seminari di Qom contestano l’uso della pena capitale per punire chi protesta. L’ex leader dell’onda Verde: “La nazione è stanca di oppressione, umiliazione, discriminazione e corruzione”. L’ex direttore della tv di Stato, un tempo vicino a Khamenei, parla di sistema “insostenibile”.
Le esecuzioni di Moshen Shekari e Majidreza Rahnavard, due ragazzi di 23 anni, la condanna a morte di almeno altri 11 manifestanti e la minaccia da parte della magistratura di nuove pene capitali ha aperto una faglia nel clero sciita in Iran. Due ayatollah di peso dei seminari Qom, la città sacra e sede delle più importanti scuole religiose del Paese, si sono espressi contro le sentenze di morte emesse con l’accusa di “moharebeh” - “guerra contro Dio”.
L’ayatollah Mohammad Ali Ayazi, un membro anziano dell’Assemblea degli studiosi del seminario di Qom, ha contestato l’uso del “moharebeh”: “Moharebeh non è applicabile nel caso in cui gli agenti impediscano a qualcuno che ha il diritto di protestare contro la situazione esistente di farlo e quando questa persona vuole difendere il suo diritto lo accusano di moharebeh”, ha detto, rispondendo alla domanda di un giornalista dell’agenzia Ilna.
Ayazi ha parlato anche del diritto a una giusta difesa, che spesso viene negata ai detenuti, soprattutto ai prigionieri politici e ai dissidenti, e della necessità di processi trasparenti. La stessa famiglia di Shekari ha denunciato che non gli è stato consentito di scegliere un avvocato e sono moltissime le testimonianze di manifestanti arrestati privati del diritto a un legale di fiducia. “In una questione importante come l’esecuzione - ha detto Ayazi - è importante che un avvocato indipendente sia in grado di difendere l’imputato. Il processo dovrebbe essere pubblico e dovrebbe essere presente una giuria”. Se questo non accade, ha aggiunto, “non solo non avrà un effetto positivo sul mantenimento della sicurezza, ma aumenterà il ciclo della violenza”.
Contro l’uso arbitrario del “moharebeh” si è espresso anche l’ayatollah Morteza Moqtadaei, che è un religioso conservatore, in passato è stato anche capo della Corte Suprema, e fu uno dei sostenitori della fatwa contro lo scrittore Salman Rushdie. “Se una persona uccide qualcuno, sì, può avere una condanna a morte, ma se minaccia o intimidisce non può ricevere la pena capitale”. Negli ultimi giorni altre voci critiche si sono alzate all’interno dell’establishment politico e religioso iraniano contro la repressione e l’utilizzo della pena di morte come leva per terrorizzare i manifestanti e spegnere le proteste.
Il leader riformista Karroubi attacca la strategia “del terrore” - Mehdi Karroubi, ex candidato alle presidenziali e uno dei leader dell’Onda verde del 2009, da 12 anni agli arresti domiciliari, ha attaccato direttamente Khamenei, che “attribuisce ogni protesta al nemico per preparare il terreno alla repressione”. Nel suo messaggio il politico riformista fa direttamente riferimento a Shekari e definisce la sua esecuzione “in linea con la regola del terrore. Temo che l’esecuzione di questa sentenza sarà preludio all’emissione e all’esecuzione di altre sentenze di morte per mietere vite secondo i desideri del sovrano”. Ma la strategia “del terrore non è più efficace”, scrive, “per questa nazione stanca di oppressione, umiliazione, discriminazione e corruzione”.
Anche un ex insider del sistema ha rotto il silenzio per criticare il governo: si tratta di Mohammad Sarafraz, che è stato presidente della televisione di Stato, Irib, una nomina che viene decisa direttamente dalla Guida suprema Khamenei. Il “regime è diventato così misero che non riesce a rispondere nemmeno alle richieste di base dei cittadini, ed è un sistema non più sostenibile”. Sarafraz chiama in causa direttamente il figlio di Khamenei, Mojtaba, eminenza grigia del potere in Iran, che secondo una parte degli osservatori iraniani potrebbe anche succedere al padre nel ruolo di Guida Suprema. Il modo in cui “Mr. Mojtaba” ha scelto di governare, dice Sarafraz, è alzando la pressione “sulle persone e ignorando le loro richieste”, ed è un modo “sbagliato”.










