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di Greta Privitera

Corriere della Sera, 14 novembre 2024

“Liberate i prigionieri politici o mi suicido”. Il gesto estremo del giornalista 42enne, dubbi sulla sua morte: “Aveva appena acquistato un biglietto per gli Usa. Potrebbe essere una messinscena del regime”. Wikipedia è appena stato aggiornato. Kianush Sanjari 11 settembre 1982 - 13 November 2024. Il giornalista dissidente lo aveva scritto, promesso, su X: “Se Fateme Sepehari, Nasreen Shakrami, Tomaj Salehi e Arsham Rezaei non verranno rilasciati dal carcere entro le 19:00 di mercoledì 13 novembre, e la notizia del loro rilascio non sarà pubblicata sul sito della magistratura, metterò fine alla mia vita in segno di protesta contro la dittatura di Khamenei e dei suoi soci”.

Ventitré ore dopo, l’ultimo post: “Rispetto la parola. Nessuno dovrebbe essere incarcerato per aver espresso le proprie opinioni. La protesta è un diritto di ogni cittadino iraniano. La mia vita finirà dopo questo tweet ma non dimentichiamo che moriamo e moriamo per amore della vita, non della morte. Mi auguro che un giorno gli iraniani si sveglino e superino la schiavitù”. Poi una foto dall’alto, di quello che sarebbe stato il suo ultimo salto nel vuoto: “7 p.m., ponte di Hafez, Chaharso”. Sanjari si è suicidato. Rimangano i video di un corpo riverso a terra e un tentativo vano di rianimarlo.

Il giornalista ha chiesto, ha pregato via social che gli attivisti Sepehari e Rezaei, la madre della giovane Nika Shakarami uccisa dalle guardie degli ayatollah nel 2022, e il rapper Salehi - tutti prigionieri politici, tutti incarcerati senza processo - venissero rilasciati, solo così non avrebbe compiuto l’estremo gesto di togliersela vita.

Una richiesta dall’esito scontato. Il regime non ascolta nessuno, figuriamoci un giornalista, un dissidente con la passione per la libertà. Un quarantaduenne che da quando ha 17 anni ha praticato la dissidenza pacifica, facendo fuori e dentro dal carcere di Evin, a Teheran. Sanjari conosceva nel dettaglio la tortura fisica e psicologica perpetrata dal regime, ma, raccontano gli amici, non ha mai smesso di credere che un giorno avrebbe vissuto in un Iran libero e democratico. Durante gli arresti, è stato in isolamento, è stato anche rinchiuso in una clinica psichiatrica. Ha raccontato: “Di notte un’infermiera mi ha iniettato qualcosa che mi ha bloccato la mascella. Quando mi sono svegliato, avevo mani e piedi incatenati al letto”.

Migliaia le condivisioni del suo ultimo messaggio. “Guardate la disperazione degli iraniani, saremo sempre con te”, scrivono sui social. E ancora: “La vita mi deve una patria dove posso pensare solo a vivere, non alla patria”. Ma, sempre tra i suoi conoscenti, c’è chi solleva qualche dubbio: e se Sanjari non si fosse tolto la vita ma fosse tutta una messinscena del regime che voleva ucciderlo? Non sarebbe la prima volta che le guardie degli ayatollah fingono un suicido per fare fuori i dissidenti. Chi conosce Sanjari racconta che aveva appena acquistato un biglietto per gli Stati Uniti e che non aveva mai parlato di gesti di questo tipo. In passato, grazie all’aiuto di Amnesty International, Sanjari ha vissuto in Norvegia e poi è riuscito a trasferirsi negli Usa dove ha lavorato per il canale dell’opposizione Voice of America e per altre organizzazioni dei diritti umani. Nel 2016 era tornato in Iran per stare vicino alla madre malata, senza mai abbandonare la lotta pacifica contro la dittatura, I suoi ultimi post finiscono tutti allo stesso modo: “Lunga vita all’Iran”.