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di Maysoon Majidi

Il Manifesto, 13 marzo 2026

Nel carcere di Evin sospesa la distribuzione del cibo. Crescono le preoccupazioni per la situazione dei prigionieri politici in Iran. Nonostante gli attacchi militari e le condizioni di guerra, non è stata diffusa alcuna comunicazione riguardo alla liberazione dei detenuti. “MIO PADRE era stato condannato a morte tre volte, con le stesse accuse che vengono spesso rivolte agli attivisti civili e politici: propaganda contro il sistema, spionaggio e inimicizia contro Dio. Alla fine la sua pena è stata ridotta a quindici anni di carcere, dato che non esisteva alcuna prova concreta contro di lui” racconta al manifesto Zhino Babamiri, figlia di Rezgar Babamiri, prigioniero politico curdo.

Dopo la diffusione della notizia della morte di Ali Khamenei, spiega, alcuni detenuti avrebbero festeggiato all’interno delle carceri e sarebbero stati uditi colpi d’arma da fuoco. A causa dell’interruzione della rete Internet, tuttavia, i contatti con le famiglie sono estremamente limitati. Fonti locali affermano inoltre che alcuni prigionieri sarebbero stati trasferiti in luoghi sconosciuti.

Anche la sorella di Ali Asadollahi, prigioniero politico detenuto nel carcere di Evin, riferisce una situazione simile. Alle famiglie, dice, era stato inizialmente comunicato di preparare la cauzione per ottenere un permesso temporaneo. Successivamente, però, è stato annunciato che i detenuti della sezione 209 del carcere di Evin sono stati trasferiti in una località sconosciuta.

Secondo le informazioni disponibili, la gestione del carcere di Evin è in grave difficoltà e alcuni membri del personale hanno chiuso diverse sezioni svuotandole dei detenuti. Ciò ha compromesso l’accesso dei prigionieri al negozio interno e ai beni essenziali. È stato inoltre riferito che nella sezione femminile e nella sezione denominata “V” la distribuzione del cibo è stata sospesa e ai detenuti è stato fornito soltanto un quantitativo limitato di pane.

Questo nonostante le normative interne della Repubblica Islamica e la direttiva 211 del potere giudiziario dispongano che, in situazioni di emergenza causate dalla guerra, le autorità giudiziarie sono obbligate ad adottare misure per garantire la sicurezza dei detenuti. Tali misure possono includere la modifica delle misure cautelari, la concessione della libertà condizionale, l’accettazione di cauzioni o il trasferimento dei detenuti in luoghi sicuri. L’obiettivo della norma sarebbe evitare che i prigionieri si trovino esposti a rischi diretti. In base alla stessa direttiva, se le misure ordinarie risultassero insufficienti, le procure potrebbero autorizzare il rilascio temporaneo dei detenuti considerati non pericolosi, tra cui prigionieri politici, detenuti per reati di opinione, reati finanziari o reati non intenzionali, fino al termine della situazione di emergenza.

Secondo alcune fonti, un certo numero di detenuti sarebbe già stato rilasciato sulla base di questa disposizione nelle città di Marivan, Naqadeh, Urmia, Sanandaj, Mahabad ed Ilam. Altri rapporti indicano inoltre che, dopo il crollo di una parte del muro del carcere di Marivan in seguito a un attacco missilistico, alcuni detenuti sarebbero riusciti a fuggire.

Il Kurdistan iraniano si trova in questo momento sotto pesanti attacchi da parte di Israele e degli Stati Uniti. L’obiettivo dei bombardamenti è neutralizzare le infrastrutture militari presenti nella regione, costruite dalla Repubblica Islamica in anni di repressione sistematica e progressiva militarizzazione dell’area.