di Fariba Adelkhah*
Corriere della Sera - La Lettura, 23 marzo 2025
Fariba Adelkhah, antropologa franco-iraniana, è stata arrestata in Iran il 5 giugno 2019, mentre stava conducendo una ricerca sulla formazione del clero solita nella provincia di Qom. È stata detenuta per quattro anni e mezzo, che ha trascorso per la maggior parte nella prigione di Evin. Questa è una riflessione scritta per “la Lettura” sulla sua detenzione. Sia chiaro. Non sono mai stata una prigioniera politica, ma una prigioniera scientifica: una ricercatrice che non fa politica, incarcerata dal potere politico per ragioni presumibilmente politiche, anche se non mi è mai stato chiaro quali fossero. Né mi è chiaro se il fatto di essere franco-iraniana abbia provocato, aggravato o alleviato la mia sventura. Comunque sia, il mio sguardo sul carcere è necessariamente diverso da quello delle attiviste politiche, delle militanti per i diritti umani o delle ambientaliste che si sono schierate mettendo a rischio la propria libertà.
Non intendo nemmeno mettere sullo stesso piano la mia battaglia per la libertà scientifica, che in un certo senso mi è stata imposta dalle autorità iraniane, e le istanze di queste donne pronte a grandi sacrifici personali e familiari per dare il loro contributo a un futuro migliore. Il mio racconto della prigione ha le sue specificità e i suoi limiti. Per quanto probabilmente sia cambiata e non abbia più molto a che vedere con ciò che è stata in passato, Evin rimane il regno del silenzio. Il silenzio imposto dalle autorità sui veri motivi della detenzione, sul contenuto dei fascicoli, sui processi “giudiziari”, sugli scambi di prigionieri e persino sulle esecuzioni.
Ma anche il silenzio dei detenuti che cercano di proteggere la propria causa, il proprio onore e quello della propria famiglia, i propri legami. I due silenzi, quello dell’oppressore e quello dell’oppresso, si coniugano, spesso deliberatamente, fino a rendere Evin un luogo di cacofonia assordante. È facile dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità quando si tratta di un monologo e si è soli e responsabili solo dei propri atti, davanti a un tribunale incaricato di giudicare. Ma diventa molto più complicato, se non impossibile, quando si vuole far luce, anche solo su alcuni aspetti frammentari della vita carceraria post-rivoluzionaria. Sono un’antropologa, per me è importante l’osservazione dei fatti, delle pratiche, delle trasformazioni, siano esse positive o negative, pubbliche, invisibili o persino relegate nell’isolamento carcerario.
La responsabilità che sento risponde a una logica irriducibile alle opposizioni classiche tra verità e menzogna, tra verità e crimine, tra verità e consenso. Il mio racconto della detenzione non può limitarsi alla contrapposizione tra oppressore e oppresso. Mio malgrado ho conosciuto giovani donne che non sapevano nulla di politica ma che frequentavano ambienti politici, la cui prigionia era funzionale allo scontro fra opposte fazioni. Ho imparato che non finiamo in prigione tutte per le stesse ragioni, e che alcune in prigione maturano progetti di emigrazione non necessariamente di natura politica, altre vi trovano un rifugio per studiare lontano dai vincoli familiari, altre ancora un’occasione per costruirsi un capitale politico o simbolico. Mio malgrado ho appreso che la Repubblica Islamica accumula prigionieri e prigioniere, possibilmente stranieri, per negoziare le sue condizioni finanziarie e le sue relazioni diplomatiche.
Ho capito che non vi sono solo oppositori della Repubblica Islamica nel mondo dei prigionieri politici, ma vi sono anche alcuni dei suoi servitori e sostenitori, membri delle famiglie dei martiri, comandanti delle Guardie della Rivoluzione, deputati e ministri. Come all’inizio della rivoluzione, i legami tra i prigionieri e il regime sono spesso stretti. Mio malgrado ho imparato che ogni prigioniera poteva essere utile, ad esempio come istitutrice inconsapevole e non retribuita delle giovani reclute dei servizi segreti o dei pasdaran. Ho appreso, infine, che durante gli interrogatori, in mancanza di prove politiche, ci si concentra sulla vita privata delle detenute, sui loro legami affettivi e sessuali, si fruga nel loro computer e nel loro cellulare, per avere a disposizione armi efficaci contro donne che non hanno né la mia età né la mia autonomia, e che vivono nella paura che la loro vita privata venga sbattuta sulla pubblica piazza.
È certamente necessario fare luce su ciò che è stato commesso, sul come e sul perché. Ma che dire del silenzio mantenuto sul prima e sul dopo, per non parlare di ciò che succede durante? Ciò che oggi ostacola la verità è la verità stessa, perché la verità non esiste al singolare. Ci preoccupiamo meno del significato della storia, che pensiamo di conoscere, che degli uomini che l’hanno fatta, spesso senza saperlo, e che, in un certo senso, ne sono stati i burattini almeno quanto ne sono stati gli attori. Un problema eterno che gli storici del Secondo conflitto mondiale, dell’occupazione tedesca della Francia, del fascismo in Italia o della guerra d’indipendenza algerina conoscono bene.
La guerra civile iraniana - perché si tratta proprio di questo - si è svolta in gran parte nelle carceri. Non ho cercato di conoscerne i retroscena, perché ciò significherebbe rompere il silenzio, cosa che non mi è permessa né dalle autorità della Repubblica Islamica né dalla sua opposizione, che ha già iniziato a rimproverarmi per i miei scritti, come in passato. Il silenzio è parte del mondo carcerario e ha una funzione strutturante. Manterrò il silenzio e rimarrò nella mia solitudine di ricercatrice, a guardare, analizzare, rispettare, senza poter scrivere tutto, perché all’impossibile nessuno è tenuto. Tuttavia scriverò sempre a chi (e per chi) può interessare. La cosa peggiore del silenzio è che si può sapere perché lo si rompe, ma non sempre perché lo si mantiene.
*Traduzione di Irene Bono











