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di Sara Volandri


Il Dubbio, 27 dicembre 2019

 

La ricercatrice accusata di spionaggio. Antropologa di fama mondiale ha passaporto francese. Da ieri è in sciopero della fame e della sete. Rischia la pena di morte. Macron: "liberatela". Ma il regime non molla. Fariba Adelkhah è un'antropologa franco- iraniana specialista della cultura e religione sciita e direttrice del Centro di ricerca internazionale dei Sciences-Po di Parigi; dallo scorso giugno assieme alla collega australiana Kylie Moore- Gilbert, marcisce nel celebre carcere di Evin, situato a pochi chilometri dalla capitale Teheran. È stata arrestata dai Guardiani della Rivoluzione con la grottesca accusa di "spionaggio" e "attentato alla sicurezza dello Stato".

Se verrà condannata rischia fino alla pena di morte. Da ieri Fariba è scesa in sciopero della fame e della sete per protestare contro una detenzione "ingiusta" e un trattamento totalmente al di fuori del diritto internazionale. "Siamo costantemente sottoposte a tortura psicologica e subiamo ogni giorno delle flagranti violazioni dei diritti umani", si legge in una lettera inviata al Center for Human Rights in Iran, una Ong che a base a New York.

"Fariba ha deciso di non alimentarsi e di non bere più per difendere la sua libertà e la sua dignità" spiega il ricercatore Jean- François Bayart, collega e amico della 60enne. All'inizio di dicembre il presidente francese Macron era intervenuto in prima persona e aveva chiesto la liberazione "immediata" della ricercatrice, definendo "intollerabile" la sua detenzione.

Dal canto suo la Repubblica sciita non riconosce la doppia nazionalità ai suoi cittadini e quindi ha liquidato come "un'ingerenza inaccettabile" le richieste dell'Eliseo. Gli acvvocati di Fariba Adelkhah avevano provato a ottenere la libertà provvisoria sotto il pagamento di una cauzione poi regolarmente rifiutata dal tribunale.

Sono circa una ventina gli universitari e i ricercatori iraniani con doppia nazionalità attualmente detenuti nelle carceri del paese, tutti con l'accusa di spionaggio e cospirazione contro l'integrità e la sicurezza dello Stato. "La nostra lotta è anche quella di tutti gli studiosi ingiustamente imprigionati in Iran con accuse campate in aria", conclude la lettera di Adelkhah e Moore- Gilbert.