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di Greta Privitera

Corriere della Sera, 12 maggio 2025

Parla per la prima volta Mozhgan Eftekhari: “Mia figlia non era politicizzata. Era molto credente e studiava con me la religione. Senza di lei non vivo più, si stava affacciando alla vita”. È una ragazza Mozhgan Eftekhari quando scopre di essere incinta della sua primogenita. Ha poco più di vent’anni e da sempre sogna di diventare madre. Mentre la pancia cresce veloce, si domanda che occhi avrà quella bambina tanto desiderata. Che cosa amerà, sognerà, chi diventerà. “Quando aspetti un figlio, non puoi immaginare chi accoglierai. Non ne conosci i tratti del volto, il carattere, il destino”, racconta. Il 21 settembre 1999, nel giorno in cui l’estate si congeda, Mozhgan dà al mondo Mahsa Jina Amini. “La mia amata bimba è nata con gli occhi neri come il cielo di notte senza Luna, ed è diventata una delle donne più influenti d’Iran, il simbolo di una rivoluzione. La prima volta che ho stretto la sua piccola mano nella mia, ricordo di aver sentito quanto fosse speciale”.

Proviamo più volte a metterci in contatto con Mozhgan. Fino a oggi aveva rifiutato di risponderci per paura delle conseguenze che le sue parole d’amore avrebbero avuto sulla famiglia. Sul marito Amjad, e sul figlio Ashkan. “Nemmeno ora abbiamo pace. Viviamo sotto una lente d’ingrandimento, siamo controllati”, dice. Nell’anniversario della morte e nel giorno del compleanno gli è vietato avvicinarsi alla tomba della figlia. Alcuni familiari sono finiti in carcere a causa di quel cognome, Amini.

Mozhgan non ha mai parlato con nessun giornale. Decide di farlo “perché il ricordo è l’unica cosa che mi tiene in vita”. Mahsa Jina Amini per sua madre e per le persone con cui siamo in contatto è solo “Jina”, il nome curdo: “Quando fai parte di una minoranza etnica devi adeguarti alla maggioranza. Ai nostri figli aggiungiamo un nome iraniano per avere meno problemi”, spiega un parente.

Mozhgan racconta di Jina al presente, come se la ragazza non fosse mai stata uccisa. I familiari dicono che ogni tanto parla da sola. “Mi rivolgo alla mia bambina”, risponde lei, felicemente impigliata in una realtà parallela a tratti disperata, a tratti poetica. “A volte, nel silenzio della notte, sento il suo respiro. Si prende cura di me più di tante persone vive”, racconta. E avverte: “Oggi parlo, ma non dirò nulla di politico”. Non pronuncerà una parola sui negoziati in corso tra la Repubblica islamica e gli Stati Uniti. Nemmeno sul popolo iraniano stremato dalla repressione degli ayatollah e da un’economia a pezzi. “Noi Amini non siamo interessati agli affari pubblici. È un paradosso, ma mia figlia non pensava minimamente ai giochi del potere. Il nostro percorso è quello dell’amore e della spiritualità”. 

Mahsa Jina Amini è la ragazza di 22 anni nata a Saqqez, nel Kurdistan iraniano, e morta a Teheran, il 16 settembre 2022, dopo tre giorni di coma. È in vacanza con la famiglia nella capitale quando la polizia della morale la ferma all’uscita della metro e la carica su una camionetta già gremita di altre “peccatrici”, perché una ciocca di capelli le sfugge dall’hijab che lei porta sempre, per scelta. 

Un parente racconta che stando alle dichiarazioni delle compagne di camionetta, una volta rinchiusa in quel furgone bianco, la ragazza va in panico. Mentre le ragazze di Teheran sono abituate alle ronde della polizia della morale, in Kurdistan è inusuale vederli per le strade, il popolo curdo non lo accetterebbe. Allora, Jina, terrorizzata, urla, si dimena finché le agenti la colpiscono. In un video di una telecamera fissa della stazione di polizia si vedrà il momento in cui la ragazza sviene. Le autorità diranno che ha un attacco di cuore. Una versione a cui nessuno crede, e la famiglia ripete: era in ottima salute. Di quei giorni concitati, rimane una foto costata il carcere alla giornalista che l’ha scattata, dove si vedono Mozhgan e il marito mentre si stringono in un abbraccio disperato, nel corridoio dell’ospedale. 

La sua uccisione così ingiusta e arbitraria porta migliaia di giovani per le strade d’Iran. Alla protesta si uniscono i commercianti e i professori. Poi i pensionati e le casalinghe. Per la prima volta, in testa a questi cortei pacifici e coraggiosi ci sono le ragazze. Sono molto diverse da Jina quelle che guidano la rivolta - bruciano i veli sui tetti delle macchine, non sono religiose - ma nel suo nome fondano Donna, Vita, Libertà, il più potente tentativo di rivoluzione dal 1979, dalla fondazione della Repubblica islamica che, anche questa volta, incarcererà, ucciderà, reprimerà. “Come madre di Jina, sarò per sempre grata al popolo onorevole della città di Saqqez e a tutta la gente libera del Kurdistan e del nostro amato Iran. Mi inchino davanti al loro coraggio”, continua Mozhgan.

Ma la rivoluzione di un popolo coincide anche con la fine di una madre. “La prima a crollare sono stata io. Ho perso mia figlia, la mia amica, il mio sostegno. Giuro su Dio che non avrei mai immaginato che mi avrebbe lasciato proprio quando si stava affacciando alla vita”. Il mese dopo la sua uccisione, avrebbe dovuto iniziare microbiologia, all’università. “Amava la medicina. Sognava di guarire sia il corpo che l’anima delle persone. Mi diceva sempre: “Mamma, bisogna curare anche il cuore”“.

Il padre lavora in ufficio statale e per sua figlia ha aperto un negozio di vestiti alla moda. Si trova nel centro di Saqqez e si doveva chiamare “Best boutique”. “Ora il nome è stato cambiato in “Jina” e lo gestisce un’amica. Su Instagram si possono ancora vedere i primi video girati da lei, la sua voce allegra, le sue mani che scorrono sui tessuti”, racconta sempre un parente. 

“Mia figlia era buona e gentile. Leggevamo libri, studiavamo e pregavamo insieme. La sua morte ha portato via tutto e ancora non lo accetto”. Jina era molto religiosa, è cresciuta secondo i valori tradizionali. Era timida e adorava prendersi cura dei bambini. Che cosa desiderava per il futuro? “Aveva tanti sogni - dice Moghzam - era piena di vita. Non mi va di raccontarli al mondo. Posso però condividere che sposarsi non era nei suoi pensieri. Diceva: “Mamma, il matrimonio mi allontana dalla conoscenza di me e di Dio”.

Mozhgan ha paura che queste parole siano troppo pericolose per la sua famiglia, ma la preoccupa ancora di più che non siano all’altezza di sua figlia “perché era immensa, non so darle giusta dignità”. Racconta che sognava di vederla diventare grande: “Da bambina le parlavo come fosse stata adulta. Volevo che crescesse fiera e con una grande autostima. La chiamavo la mia “lady”, vivevo per lei”. Nei giorni più difficili, quando la mancanza le divora i pensieri, c’è un ricordo che la calma: “Dicevo sempre ai miei figli: “Ricordatevi che non siete nati solo per voi stessi. Cercate di diventare persone profonde, giuste: cambiate il mondo”. Alla fine, Jina ce l’ha fatta”.